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Le cuccagne di Napoli: le montagne di cibo che la folla prendeva d'assalto — Napoli popolare
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Le cuccagne di Napoli: le montagne di cibo che la folla prendeva d'assalto

📍 Napoli popolare Feste e Carnevale · dal Seicento al Settecento

Domenica 19 novembre 1747, Largo di Palazzo. Davanti al Palazzo Reale non c'è la distesa di basoli che conoscete: c'è una collina. Una collina vera, con alberi e cespugli, due laghetti dove nuotano anatre e papere, buoi, pecore, capre e maiali vivi che pascolano tra i sentieri. In cima, una grotta rivestita di formaggi e carni salate, e sopra ancora la statua dell'Abbondanza con la cornucopia in mano. Da una fontana, al posto dell'acqua, sgorga vino. Tutt'intorno i soldati faticano a trattenere una folla che aspetta un solo segnale, e quando il segnale arriva, racconta la cronaca ufficiale, in brevissimo tempo della collina non resta niente. A Napoli questa cosa aveva un nome: la cuccagna.

Una festa fatta per essere distrutta

Tra Seicento e Settecento Napoli fu una capitale dell'effimero. Per le nascite reali, le vittorie, i ritorni del sovrano e il Carnevale si costruivano archi trionfali, fiere, macchine per i fuochi d'artificio: architetture di legno, tela e stucco che duravano pochi giorni e che impegnavano architetti, ingegneri, pittori e scenografi di primo piano. La cuccagna era la più strana di tutte, perché era l'unica progettata per sparire dentro gli stomaci. La corte e la nobiltà la ammiravano dai balconi e dai palchetti; il popolo la smontava a mani nude.

Perché un governo spendeva fortune per farsi saccheggiare una piazza? Lo storico Gabriel Guarino, in un saggio del 2016 sulla rivista The Historical Journal, legge le cuccagne come uno strumento politico: davano al popolo, secondo la vecchia formula latina, pane e spettacoli, e insieme calmavano la paura, mai sopita, di tumulti e rivolte. Una festa, sì, ma anche una valvola di sfogo sorvegliata a vista.

Il Seicento: archi di caciocavallo

Nel Seicento le cuccagne napoletane erano legate al Carnevale e alle feste dei viceré spagnoli. Nel giugno del 1629, per i sette anni di governo del viceré duca d'Alba, fu eretto un arco di legno e tela interamente coperto di cibo: forme di formaggio e pagnotte impilate, prosciutti, salami, caciocavalli, e due maialini da latte con un tubo in bocca da cui partivano i fuochi d'artificio. Lo conosciamo grazie a una xilografia pubblicata nel 1630 nel volume Il zodiaco di Francesco Orilia; il Fitzwilliam Museum di Cambridge ne ha fatto costruire una riproduzione a grandezza naturale per una sua mostra sul cibo.

Gli assalti, già allora, non erano un gioco da bambini. Le fonti citate da Guarino raccontano dei carri allestiti dalle corporazioni popolari, che nel 1617 si lamentavano di non essere state pagate dal viceré; dei carri che nel febbraio del 1687 sfilarono lungo via Toledo, uno con sopra la statua del viceré; del saccheggio del primo carro che nel 1688 proseguì fin dentro i quartieri popolari; e di uno schiavo arrestato nel 1698 per aver ferito gravemente due rivali durante l'assalto.

Il Settecento dei Borbone: architetti al servizio della fame

Con Carlo di Borbone, re dal 1734, le macchine diventano progetti d'autore. Per la nascita della primogenita Maria Isabella, nel settembre 1740, l'architetto Ferdinando Sanfelice — lo stesso delle scale aperte e scenografiche di Palazzo Sanfelice e del Palazzo dello Spagnolo — innalzò davanti al Palazzo una torre piramidale di dieci piani, alta circa 55 metri, circondata da quattro fontane e da un recinto con palchetti per i nobili e botteghe per la fiera. L'ultimo giorno delle feste la torre fu «saccheggiata dalla plebe», come dice il titolo dell'incisione di Antonio Baldi, e dall'alto furono gettati più di quattromila polli: la ricostruzione è dello studioso Vincenzo Cirillo, che ha ridisegnato la torre partendo dalle stampe dell'epoca.

La collina del 1747, con cui abbiamo aperto, festeggiava invece la nascita del primo figlio maschio, Filippo. L'aveva inventata lo scenografo Vincenzo Re e la incise Giuseppe Vasi; la Narrazione ufficiale delle feste, pubblicata nel 1749, la descrive pezzo per pezzo, con l'elenco di quello che copriva ogni parte: lardo, prosciutti, caciocavallo, soppressate, galline, tacchini, piccioni. C'è anche un particolare che vale la pena tenere a mente: dai due laghetti si alzavano due antenne alte 110 palmi, quasi trenta metri, a cui erano appesi vestiti da uomo e da donna. Due uomini più arditi degli altri riuscirono a salire fino in cima e se li portarono via. Ricordatevi di quelle antenne: ci torniamo tra poco.

Il pittore Antonio Joli dipinse più di una volta la cuccagna in Largo di Palazzo. Una di queste tele, eseguita per il nobile inglese Lord Brudenell, porta sul retro una scritta che la intitola al Palazzo Reale «con la cuccagna a S. Spirito», dal nome della chiesa domenicana che allora si affacciava sulla piazza.

L'assalto

Il copione era sempre lo stesso: la macchina custodita dalla truppa, la folla che preme, il re che dà il segnale, e poi la corsa. I viaggiatori stranieri che videro le cuccagne tra il 1770 e il 1785 — tra loro il marchese de Sade e l'abate di Saint-Non — parlano di migliaia di assalitori, di oggetti lanciati, in qualche caso di coltellate; e di rivalità tra gruppi di quartiere che si contendevano i pezzi migliori. Sade sosteneva che il re la tollerasse per paura di una rivolta: un'opinione di viaggiatore, non un documento.

L'anno più duro fu il 1764. Napoli usciva dalla terribile carestia del 1763-64, e il Carnevale di quell'anno è al centro dello studio di Guarino, che lo ricostruisce attraverso le lettere del ministro Bernardo Tanucci e gli Avvisi dell'epoca. Una festa dell'abbondanza in una città affamata: difficile immaginare un contrasto più violento.

Perché sparirono

Va detto chiaro: un decreto di abolizione non l'abbiamo trovato. Molti racconti popolari attribuiscono la fine a Ferdinando IV, nella seconda metà del Settecento, ma senza indicare un atto preciso, e su questo punto le ricostruzioni non concordano. Quello che si vede bene è il cambio di gusto: per il Carnevale del 1778 le stampe di Raffaello Morghen, oggi a San Martino, non mostrano assalti ma una grandiosa mascherata che metteva in scena il viaggio del Gran Signore alla Mecca.

Poi sparì anche il palcoscenico. Dopo la soppressione dei conventi decisa nel 1809, Largo di Palazzo fu ridisegnato: la superficie passò da circa 9.000 a oltre 23.000 metri quadrati, con l'emiciclo e poi la basilica di San Francesco di Paola. Dopo il plebiscito del 21 ottobre 1860 la piazza prese il nome che ha oggi. Lo spazio delle cuccagne, semplicemente, non esiste più.

Cosa ne resta nella lingua

Molto. Il paese di cuccagna è più antico di Napoli e delle sue macchine: compare per la prima volta in un fabliau francese del Duecento, e Boccaccio, nel Decameron, ne fa la contrada di Bengodi, dove «si legano le vigne con le salsicce». Sull'etimologia i dizionari sono prudenti: il Vocabolario Treccani la fa risalire al latino medievale Cocania, «paese dell'abbondanza», forse da una voce germanica legata ai dolci, ma avverte che l'origine non è sicura. Manzoni mette in bocca a Renzo, appena arrivato a Milano, la domanda «che sia il paese di cuccagna questo?», e Collodi chiama «cuccagna» i mesi di Pinocchio nel Paese dei Balocchi. E quando un periodo fortunato finisce, ancora oggi diciamo che è finita la cuccagna.

L'albero della cuccagna, il palo insaponato con i premi in cima che si vede nelle feste di paese, discende — spiega l'antropologo Giovanni Kezich — dall'albero di maggio dei riti contadini, ribattezzato col nome del paese favoloso. Le due antenne del 1747, con i vestiti appesi e i due temerari che ci si arrampicano, sono una sua parente stretta.

E c'è un'ultima ironia tutta napoletana. Quando Matilde Serao volle raccontare la rovina delle famiglie travolte dal lotto, intitolò il suo romanzo, uscito in volume nel 1891, proprio Il paese di cuccagna: l'abbondanza promessa e mai arrivata. Della scrittrice parliamo nel ritratto dedicato a Matilde Serao e Il ventre di Napoli.

Dove ritrovare oggi questa storia a Napoli

Piazza del Plebiscito e il Palazzo Reale. Con le spalle alla basilica di San Francesco di Paola, guardate la facciata: colline, torri e fontane di vino stavano lì davanti, in una piazza molto più piccola e chiusa da conventi. Immaginatela piena di gente.

La Certosa e Museo di San Martino. Nel suo Archivio disegni e stampe sono conservate incisioni delle feste settecentesche, come la macchina innalzata davanti al Palazzo nel 1735 per il ritorno di Carlo dalla Sicilia, disegnata dall'ingegnere Nicolò Tagliacozzi Canale, e la serie del Carnevale del 1778. Non sempre sono esposte: conviene informarsi prima.

Il Maschio Angioino. Qui ha sede la Società napoletana di storia patria, nella cui biblioteca è conservata l'incisione della torre di Sanfelice del 1740. Davanti al castello, nell'antico Largo di Castello, si montavano le grandi macchine dei fuochi d'artificio che chiudevano le feste, e la sera della cuccagna del 1747 il castello fu illuminato da cima a fondo.

Il Teatro di San Carlo. Nel novembre del 1747 la nobiltà ballava in maschera proprio qui, la sera prima della cuccagna: il sabato al teatro i signori, la domenica in piazza il popolo, a pochi metri di distanza. Pochi anni prima ci era salito perfino un elefante.

Per il quadro di quegli anni c'è il capitolo su i Borbone; per le feste arrivate fino a noi, San Gennaro, Piedigrotta e la Madonna dell'Arco.

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