
Foto: Alexandre Albore · CC0 · Wikimedia Commons
Sono cresciuto con il Moro di Venezia, tra strambate immaginate, vele gonfie di vento e sogni che allora sembravano sconfinati. Erano altri tempi, altri mari, altre acque. E io, bambino, guardavo quelle barche come si guardano le cose destinate a rimanere per sempre dentro di noi.
Sono cresciuto a Marechiaro, in quel paradiso in cui il mare sembra confondersi con il cielo e il tempo, almeno allora, pareva non avere fretta. Poi sono diventato adulto. Gli anni sono passati, qualcuno direbbe che sono persino diventato vecchio. Eppure, da qualche parte, quel bambino è rimasto intatto, con la stessa ostinata inclinazione a sognare.
Ho sempre avuto paura dell'acqua. La temo, la rispetto. So che probabilmente non saprei resisterle che per pochi minuti, prima di arrendermi alla sua immensità. È una contraddizione che mi accompagna da sempre: amare profondamente qualcosa di cui ho paura. Ma il mare, forse, non è mai stato davvero l'acqua. È il vento, piuttosto, a esercitare su di me un fascino irresistibile. Mi piace studiarlo, riconoscerne gli umori, seguirne le traiettorie, dal grecale allo scirocco. Mi piace pensare che, in fondo, anche il vento abbia una sua memoria, che sappia dove andare e, soprattutto, da dove veniamo.
E poi c'è il destino. Quella strana, imperscrutabile geometria di coincidenze che, a volte, sembra divertirsi a ricomporre i frammenti della nostra esistenza. Mi domando spesso come sia potuto accadere che, dopo tanti anni, quel bambino che sognava davanti al Moro di Venezia si sia ritrovato a Napoli, davanti all'America's Cup.
Proprio qui, nella città in cui sono cresciuto, davanti a quel mare che ho sempre amato da lontano, quasi fosse una creatura da contemplare senza mai osare abbracciarla.
E allora penso che forse la vita non sia altro che questo: un lungo giro di vento, una rotta che non conosciamo, un'attesa che non sappiamo di avere. A volte ci allontana dai nostri sogni, altre volte, senza preavviso, ce li restituisce, magari in una forma diversa, quando ormai abbiamo smesso di aspettarli.
E oggi, davanti a queste vele, mi sembra di riconoscere qualcosa di antico. Non so se sia nostalgia, malinconia o semplicemente la felicità silenziosa di ritrovare una parte di sé che credevamo perduta.
So soltanto che, per un istante, sono tornato quel bambino di Marechiaro. Quello che non sapeva nulla del mare, che ne aveva paura, ma che avrebbe trascorso un'intera vita a cercare il vento.
E forse è proprio questo il bello del destino: non sempre ci porta dove avremmo voluto andare. A volte ci riporta, semplicemente, là dove avevamo cominciato a sognare.
Per chi non c'era, o era troppo piccolo. Il sindacato fu voluto e finanziato da Raul Gardini; la barca fu disegnata dall'argentino German Frers, con Robert Hopkins, e la costruzione cominciò nel 1990. Al timone c'era Paul Cayard.
Nella Louis Vuitton Cup del 1992 Il Moro di Venezia V vinse ventuno regate su trenta nella fase preliminare. In finale, contro i neozelandesi di NZL-20, si trovò sotto 4-1 dopo cinque prove: poi vinse quattro regate di fila e si prese la coppa degli sfidanti. È la rimonta che quella generazione di italiani ricorda a memoria.
Nel Match perse 1-4 contro America³ di Bill Koch, ma con margini strettissimi: in una regata il distacco fu di tre secondi. Il team stava preparando la campagna del 1995 quando il progetto si fermò, dopo la morte di Gardini nel 1993.
Il grecale viene da nord-est e a Napoli porta aria fredda e secca; lo scirocco viene da sud-est, caldo e umido, e in golfo alza il mare lungo. Ma il vento che deciderà le regate del 2027 non sarà quasi mai uno di questi due: nelle giornate estive del golfo, quando il sole scalda la terra più del mare, si alza nel pomeriggio la brezza termica, che entra dal mare verso la costa e cresce fino a metà pomeriggio. È il motivo per cui le regate si corrono in quella fascia oraria, ed è la stessa aria che i pescatori di Marechiaro conoscono senza aver mai letto una carta del vento.
È anche il motivo per cui il golfo funziona come campo di regata: una brezza regolare, un fondale adeguato e una costa alta che fa da anfiteatro. Le misure delle barche che la useranno stanno in AC75 e AC40, e la fisica per cui una barca va più veloce del vento che la spinge in perché le barche volano.
È il borgo di pescatori sotto Posillipo, alla fine di una discesa ripida, con la fenestella cantata da Salvatore Di Giacomo nel 1885 e messa in musica da Francesco Paolo Tosti. Da lì si vede lo Scoglione, e il mare che continua verso la Gaiola e Nisida. Il campo di regata della Coppa sarà qualche miglio più a est, fra Castel dell'Ovo e Posillipo: da Marechiaro, nelle giornate limpide, si vedrà passare tutto. Gli altri punti di osservazione sono in dove vedere le regate.