Modi di dire napoletani nati da fatti veri: la storia dietro le parole (e un falso famoso)
Quando a Napoli qualcuno sbuffa «mannaggia 'a culonna», secondo la tradizione sta citando un pezzo di marmo che oggi si trova in un cortile della Certosa di San Martino. Ogni volta che si dice «è succiesso 'nu quarantotto» si rievocano le barricate di via Toledo. Dentro la lingua di questa città ci sono tribunali, rivolte, orfanotrofi, soldati americani e perfino un regolamento militare falso. Abbiamo già raccontato dieci modi di dire e la loro storia; qui ne mettiamo in fila altri, scegliendo solo quelli che portano a un fatto vero e documentato. E dove la documentazione si ferma, ve lo diciamo.
«Vide Napule e po' muore»
La frase più famosa su Napoli ha una data. Goethe arriva in città nel febbraio 1787 e nel suo diario di viaggio, in una pagina dei primi di marzo, si rifiuta di spendere parole sul panorama, già descritto e lodato fin troppo, e annota in italiano: «Vedi Napoli e poi muori!», aggiungendo che così «dicono qui». Il dettaglio è prezioso: Goethe non la inventa, la sente dire dai napoletani. Il detto quindi esisteva già, e il suo «Viaggio in Italia» lo ha portato in tutta Europa. Il suo soggiorno è in Goethe a Napoli.
«Fà 'o Masaniello»
Si dice di chi arringa la folla, alza la voce contro i potenti e si mette a capo di una protesta. Il riferimento è Tommaso Aniello, il Masaniello pescivendolo del Mercato. Il 7 luglio 1647 i bottegai di piazza Mercato si rifiutarono di pagare la gabella sulla frutta imposta dal governo spagnolo; nel tumulto Masaniello prese la testa della rivolta e in pochi giorni il viceré dovette riconoscerlo «capitan generale del fedelissimo popolo napoletano». Il 16 luglio, dieci giorni dopo l'inizio, fu ucciso. Sul contesto c'è il capitolo Il Viceregno spagnolo.
«Lazzaro», «lazzarone»
Dalla stessa rivolta arriva una parola che oggi si usa per lo scansafatiche. Secondo il vocabolario Treccani, «lazzaro» era il nome spregiativo con cui gli spagnoli chiamavano i popolani del Mercato protagonisti della sollevazione del 1647: dallo spagnolo lázaro, povero, cencioso, a sua volta dal mendicante piagato della parabola evangelica. Nell'Ottocento la parola passò a indicare i popolani fedeli ai Borbone e, per estensione, chiunque fosse considerato pigro o mascalzone.
«Mannaggia 'a culonna» e «cu 'na mano annanze e n'ata arreto»
Davanti a Castel Capuano, che dal 1537 il viceré Pedro de Toledo trasformò nel palazzo di giustizia della Vicaria, c'era una colonna di marmo bianco. Serviva a svergognare i debitori: secondo le fonti ottocentesche, chi non poteva pagare doveva esporsi davanti alla folla, a natiche scoperte, e dichiarare cedo bonis, cedo i miei beni. Pedro de Toledo addolcì il rito: un'ora di esposizione, il nome gridato dal banditore. La colonna originale è oggi conservata alla Certosa di San Martino e una copia sta davanti al castello; sulla data in cui fu rimossa le fonti non concordano.
La tradizione napoletana collega a quel marmo «mannaggia 'a culonna» e l'immagine del debitore che se ne va coprendosi «cu 'na mano annanze e n'ata arreto», senza niente. È una spiegazione diffusa e raccontata anche dalla stampa cittadina, ma nei documenti non c'è il momento in cui le frasi nascono: la colonna è storia, il legame con i detti è tradizione.
«Esposito» e i «figli d'a Madonna»
In via dell'Annunziata c'è ancora la ruota in cui, per secoli, si lasciavano i neonati che le famiglie non potevano tenere. Passata la ruota, il bambino diventava un figlio della Casa Santa, cioè della Madonna Annunziata: da qui il modo di dire «figlio d'a Madonna» per il trovatello. Le schede dell'archivio, pubblicate dal Comune di Napoli, sono precise: fino al 31 luglio 1811 chi passava per la ruota riceveva il cognome Esposito, cioè esposto. Al collo gli veniva legato il «merco», una medaglietta di piombo con l'immagine dell'Annunziata e un numero. Fu un decreto di Gioacchino Murat del 3 giugno 1811 ad abolire quel cognome obbligatorio, definendolo una macchia. La ruota fu chiusa nel 1875, e tra i bambini passati di lì c'è anche lo scultore Vincenzo Gemito. La chiesa è nella scheda della Santissima Annunziata Maggiore, il quartiere in Forcella.
«Te 'nzerro dint' 'o Serraglio»
Nel 1749 Carlo di Borbone chiamò l'architetto Ferdinando Fuga per costruire un immenso Albergo dei Poveri, dove raccogliere mendicanti, orfani e vagabondi del Regno e insegnare loro un mestiere. I lavori si fermarono nel 1819 con tre cortili sui cinque previsti, e il palazzo resta comunque enorme. Per i napoletani però non è mai stato l'Albergo: era il Serraglio, un nome che sapeva di gabbia. Come raccontano articoli recenti del Foglio e di Domani, le madri minacciavano i figli disubbidienti con «te 'nzerro dint' 'o Serraglio», e un proverbio amaro riassumeva un destino: chi nasce sulla paglia va a morire al Serraglio. Il palazzo di piazza Carlo III oggi è in restauro.
«È succiesso 'nu quarantotto»
Per Treccani il quarantotto come sinonimo di confusione viene dai moti del 1848. A Napoli quell'anno fu vertiginoso: a gennaio Ferdinando II concesse la Costituzione, e il 15 maggio, mentre i deputati trattavano col re, sorsero le barricate; una delle principali era in via Toledo, davanti a Palazzo Cirella. Le truppe regie le spazzarono via a colpi di artiglieria.
«'Na paglietta»
A Napoli una paglietta non è solo un cappello: è un avvocato di poco conto, un azzeccagarbugli. Treccani registra il significato e spiega che deriva probabilmente dall'abitudine degli avvocati napoletani di un tempo di portare cappelli di paglia neri. Quel «probabilmente» è onesto e lo lasciamo. La paglietta come cappello, invece, è diventata un simbolo del teatro: ne parliamo in Nino Taranto, la paglietta e la macchietta.
«Facite ammuina»: il falso più famoso
Circola da decenni, su finte pergamene per turisti, un presunto articolo del regolamento della Real Marina borbonica del 1841: all'ordine «facite ammuina», chi sta a prua vada a poppa, chi sta a destra vada a sinistra, tutti si agitino a caso per sembrare indaffarati davanti agli ispettori. È un falso. Il vero regolamento della marina napoletana erano le Ordinanze generali del 1818, scritte in italiano e senza nulla di simile; gli ammiragli che lo firmerebbero non compaiono nei ruoli degli ufficiali, e il grado indicato non esisteva. Vera, invece, è la parola: per Treccani «ammuina» è voce napoletana entrata nel linguaggio marinaresco col senso di agitarsi a vuoto. Sulle radici della parola c'è Da dove arrivano davvero le parole napoletane.
«Sciuscià» e «paisà»
Dopo l'arrivo degli Alleati, nell'autunno del 1943, Napoli impara l'inglese a modo suo. I ragazzini che lucidavano le scarpe ai soldati alleati gridavano shoe-shine, e la parola diventa sciuscià: Treccani la registra come adattamento popolare, resa celebre in tutta Italia dal film di Vittorio De Sica del 1946, ambientato però a Roma: la parola correva in tutte le città occupate. Nello stesso anno Rossellini gira «Paisà», il saluto con cui i soldati americani, molti di origine italiana, chiamavano i napoletani.
«Scurdammoce 'o passato»
Nel 1944, con la città liberata ma ancora ferita, Peppino Fiorelli e Nicola Valente scrivono «Simmo 'e Napule, paisà», lanciata da Vera Nandi. Il ritornello consegna alla lingua una frase che si usa ancora per chiudere una lite, «scurdammoce 'o passato», insieme al celebre «chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato». Attenzione però: quest'ultima formula era già un detto popolare, e la canzone l'ha soltanto resa immortale. Sulla canzone di quegli anni c'è La canzone classica napoletana.
«Cafone»: quando l'origine non c'è
Gira una storia molto amata: i contadini scendevano in città legati tra loro con una fune per non perdersi, e i napoletani li chiamavano quelli «cu 'a fune», da cui cafone. È bella, ma il vocabolario Treccani alla voce cafone scrive due parole sole: etimo incerto. Nessun documento racconta quella fila di contadini legati. Lo stesso vale per «ccà nisciuno è fesso», «'o pate d'e criature» e «fà 'o pesce pe' nun pavà 'o dazio»: non abbiamo trovato fonti affidabili sulla loro origine, e preferiamo lasciarli senza certificato piuttosto che inventarne uno.
Una postilla, infine, al detto «jamme ja» dell'altro articolo: il suo cugino più famoso, «jammo, jammo, 'ncoppa jammo jà», è il ritornello di «Funiculì funiculà», scritta nel 1880 da Giuseppe Turco e Luigi Denza per la funicolare che saliva sul Vesuvio. La storia di quegli impianti è in Le funicolari.
Dove ritrovare oggi questi detti a Napoli
La colonna della Vicaria è nel Cortile delle Carrozze della Certosa di San Martino; la copia è davanti a Castel Capuano, in fondo a via dei Tribunali.
La ruota degli esposti si visita accanto alla Santissima Annunziata Maggiore, a Forcella.
Il Serraglio occupa un lato intero di piazza Carlo III: basta la facciata per capire perché faceva paura.
Piazza Mercato, con la chiesa del Carmine, è il teatro della rivolta di Masaniello; via Toledo quello delle barricate del 1848. E per il Settecento borbonico c'è il capitolo I Borbone, capitale della scienza e della cultura.