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La tombola napoletana: il lotto che si gioca in casa, a Natale — Napoli popolare
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La tombola napoletana: il lotto che si gioca in casa, a Natale

📍 Napoli popolare Natale napoletano · dal Settecento a oggi

Il cenone della Vigilia è finito, sulla tovaglia restano briciole e gusci di noce, e qualcuno tira fuori una scatola consumata agli angoli. Dentro ci sono le cartelle di cartoncino, un tabellone e un sacchetto, o un cestino, con novanta pezzetti di legno numerati. Chi si prende il cestino ha un potere enorme e una responsabilità precisa: i numeri non li deve leggere, li deve chiamare. Se esce il novanta, guai a dire «novanta». Si dice 'a paura, e mezza tavola copre la casella ridendo. Ma come ci è arrivata, una lotteria di Stato, sulla tavola di Natale delle famiglie napoletane?

Prima di Napoli: Genova e le ragazze da marito

Il gioco dei novanta numeri non nasce sotto il Vesuvio. Secondo la voce dell'Enciclopedia Italiana Treccani del 1934, a Genova due volte l'anno si estraevano a sorte cinque nomi per rinnovare i massimi organi della Repubblica, scegliendoli fra 120 candidati chiusi in un'urna chiamata «seminario». Sui cinque nomi la gente cominciò a scommettere: era il gioco del seminario. I nomi scesero poi a novanta e furono distinti con un numero d'ordine, e la Repubblica, prima ostile, finì per tassare il gioco e darlo in appalto.

Quando il «lotto all'uso di Genova» si diffuse negli altri Stati italiani, in diversi casi, Napoli compresa, ai nomi dei politici si sostituirono quelli di ragazze povere da marito: le cinque estratte ricevevano una dote. L'invenzione del gioco viene attribuita a volte a un patrizio genovese, Benedetto Gentile, ma la stessa Treccani avverte che non c'è nessuna prova.

Napoli e il lotto: un amore a singhiozzo

A Napoli il lotto arriva intorno al 1680, e dopo appena cinque anni viene abolito per le risse e le violenze che scatena. Torna nel 1713, con estrazioni due volte l'anno, viene di nuovo sospeso e poi riammesso, perché le casse del Regno non ne possono fare a meno: una stima settecentesca parla di 560.000 ducati di incasso nel solo 1771. Un decreto del 6 agosto 1839 lo regola come «reali lotti», con estrazioni settimanali, e quando il 7 gennaio 1871 si fa la prima estrazione a sette ruote, sulla ruota di Napoli escono 36, 22, 73, 24 e 31.

Matilde Serao, nel Ventre di Napoli (1884), racconta una città che vive sei giorni di sogno e il sabato alle quattro del pomeriggio, con i numeri usciti, precipita nella delusione, per ricominciare la domenica mattina. Il giudizio è scolpito in una riga: «Il lotto è l'acquavite di Napoli». Della Smorfia, il vocabolario che traduce sogni e fatti in numeri, abbiamo parlato a lungo in un articolo dedicato, e lì trovate anche la tabella dei numeri più famosi.

Il re, il frate e il Natale

E la tombola? Qui entra in scena la leggenda. Si racconta che nel 1734, l'anno in cui Carlo di Borbone diventa re di Napoli, il sovrano volesse mettere il lotto sotto il controllo dello Stato, per togliere spazio al gioco clandestino e incassare i proventi. Contro di lui si sarebbe schierato padre Gregorio Maria Rocco, frate domenicano, convinto che il gioco fosse immorale e allontanasse i fedeli dalla preghiera. Il compromesso, secondo la tradizione: il lotto sì, ma sospeso durante le feste di Natale. E i napoletani, che non avevano nessuna intenzione di rinunciare, si sarebbero portati i novanta numeri in casa, dentro un cesto di vimini, il panariello.

Il personaggio è vero, e di prima grandezza. Padre Rocco nacque a Napoli nel 1700 e vi morì nel 1782; fu lui a ispirare a Carlo la costruzione del Real Albergo dei Poveri, progettato da Ferdinando Fuga, e a lui la tradizione attribuisce l'idea delle lampade votive come prima illuminazione dei vicoli, di cui parliamo nell'articolo sulle edicole votive. Alexandre Dumas, ottant'anni dopo la sua morte, scriveva che era «più potente a Napoli del Sindaco, dell'Arcivescovo, ed anche del Re».

La disputa sulla tombola, però, è un'altra faccenda: un documento di quell'accordo nessuno l'ha mai mostrato. E gli storici dei giochi fanno notare che i pezzi del puzzle esistevano già prima: la struttura a novanta numeri viene dal gioco genovese, e le cartelle numerate individuali erano già in uso all'inizio del Settecento nella cavagnola, un gioco da salotto aristocratico diffuso in Francia e nell'Italia del nord, con le cartelle dipinte e un paniere per l'estrazione. La storia del re e del frate è bella, plausibile nel clima dell'epoca, e probabilmente racconta più l'anima del gioco che la sua nascita: il lotto dello Stato che diventa il lotto della famiglia.

Cartelle, tabellone e panariello

Le regole le conosce chiunque abbia passato un Natale a Napoli, ma dietro c'è un'ingegneria sorprendente. Ogni cartella ha quindici numeri su tre righe da cinque. Le cartelle si stampano a gruppi di sei, e ogni gruppo contiene tutti i numeri da 1 a 90 una sola volta; la prima colonna ha solo i numeri da 1 a 9, l'ultima va da 80 a 90. Il tabellone spetta a chi estrae, che copre ogni numero uscito e partecipa come se avesse sei cartelle tutte insieme. Si vince con l'ambo, il terno, la quaterna, la cinquina e infine la tombola, cioè tutta la cartella; spesso c'è anche il tombolino, il premio di consolazione per la seconda cartella completa.

I numeri si coprono con quello che avanza sulla tavola: fagioli, ceci, lenticchie, pezzi di pasta, gusci di frutta secca. Le poste sono simboliche, ed è qui la differenza vera con il lotto: nel lotto il banco, per costruzione, guadagna sempre; nella tombola i soldi girano attorno al tavolo e restano in famiglia.

E il nome? Il Vocabolario Treccani dice onestamente «etimo incerto». C'è chi lo lega alla forma dei pezzetti di legno, simili a un piccolo tombolo; la stessa parola, in italiano, indica anche un capitombolo, un ruzzolone. Nessuna ipotesi è dimostrata. Resta l'uso: «fare tombola» significa vincere, e di una cosa costosissima si dice che è costata una tombola.

I numeri non si leggono: si chiamano

La vera differenza tra una tombola qualsiasi e una tombola napoletana sta in chi tiene il panariello. Ogni numero estratto arriva con la sua figura della Smorfia, e spesso con un commento sul parente seduto di fronte: il 47 è 'o muorto, il 48 'o muorto che parla, il 33 sono gli anni di Cristo, il 77 i diavoli. Chi chiama bene sa allungare la suspense, inventare collegamenti, prendere in giro chi aspetta un numero da mezz'ora. Le figure, del resto, possono cambiare da città a città e da un'edizione della Smorfia all'altra.

E allora, una domanda a chi legge: quanti di voi hanno imparato che il 90 è la paura prima ancora di imparare le tabelline? La tombola è stata, per generazioni, una scuola di numeri, di lingua e di ironia, tutto insieme.

La tombola dei femminielli

C'è una tombola che non si gioca soltanto in famiglia. Tra i riti dei femminielli, figura antica della cultura popolare napoletana, gli studi di antropologia ricordano la tombolata, in cui sono loro a condurre il gioco e a chiamare i numeri, accanto alla figliata, allo spusarizio e alla juta al santuario di Montevergine il giorno della Candelora. La studiosa Frances Clemente, in un articolo del 2020 sulla rivista Whatever dell'Università di Pisa, la colloca tra le pratiche con cui i femminielli rendono visibile e riconosciuta la propria identità. È la prova che la tombola, a Napoli, non è un passatempo: è un palcoscenico.

Dove ritrovare oggi questa storia a Napoli

San Gregorio Armeno. Nel mese di dicembre la strada dei presepi è il cuore del Natale napoletano; qui si compra il Natale, poi lo si gioca a casa. Per orientarsi c'è la nostra guida al presepe di San Gregorio Armeno, e per il resto delle feste cosa fare a Napoli a dicembre.

Il Real Albergo dei Poveri, in piazza Carlo III. Il gigantesco edificio di Ferdinando Fuga, costruito tra il 1751 e il 1829, è il segno più visibile dell'influenza di padre Rocco sul re. Guardatelo pensando che lo stesso frate, secondo la leggenda, avrebbe tolto il lotto ai napoletani per qualche giorno all'anno, regalando loro, senza volerlo, la tombola.

Le edicole dei vicoli. Ai Quartieri Spagnoli, alla Sanità, a Forcella, in molte nicchie ci sono le anime del Purgatorio: le stesse a cui, nel culto delle anime pezzentelle, si chiedeva anche un numero buono in sogno.

I libri. Per sentire il lotto con la voce dell'Ottocento non c'è niente di meglio di Matilde Serao: ne parliamo nel ritratto dedicato a Matilde Serao e Il ventre di Napoli. Il suo romanzo sul gioco, Il paese di cuccagna, ha un titolo che è già una lezione: l'abbondanza promessa, che non arriva mai. A tombola, almeno, qualcuno a fine serata vince sempre.

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