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Il linguaggio dei gesti napoletano: il canonico che scrisse il dizionario delle mani — Napoli popolare

Foto: José Luiz · CC BY-SA 4.0 · Wikimedia Commons

Blog · Lingua e tradizioni

Il linguaggio dei gesti napoletano: il canonico che scrisse il dizionario delle mani

📍 Napoli popolare Lingua e tradizioni · dal 1832 a oggi

Una signora al secondo piano, un ragazzo giù nel vicolo. Lui alza lo sguardo, lei unisce la punta delle dita, le rivolge al cielo e scuote la mano due volte. Lui risponde portando il taglio della mano al fianco, picchiettando. Lei allarga le braccia, si gira e rientra. Nessuno ha detto una parola, eppure la conversazione è finita: lei ha chiesto «che vuoi?», lui ha risposto «ho fame», lei ha detto «e io che ci posso fare». Nel 1832 un canonico napoletano scrisse un libro di quasi quattrocento pagine per spiegare scene come questa. Lo fece da archeologo, con i vasi greci sotto il braccio, e il risultato è uno dei libri più strani e più divertenti mai scritti su Napoli.

Un canonico tra i vasi greci

Andrea de Jorio nacque a Procida nel 1769 e morì a Napoli nel 1851. Era canonico del Duomo, ma la sua vera casa era il Real Museo Borbonico, l'attuale Museo Archeologico Nazionale: dal 1811 si occupò della sala dei vasi dipinti e scrisse guide di Pozzuoli, Cuma, Pompei ed Ercolano che i viaggiatori dell'Ottocento si portavano in tasca.

Nell'introduzione racconta da dove nacque l'idea. Mentre spiegava i vasi ai visitatori, indicava sulle figure antiche gesti identici a quelli che si facevano fuori, per strada. I napoletani capivano al volo; molti stranieri del Nord no. De Jorio non risparmia l'ironia: quelli nati in regioni lontane e fredde, scrive, sono «piuttosto disadatti al gestire». Qualche anno dopo, però, quegli stessi studiosi tornavano a chiedergli lezioni.

Com'è fatto il libro

«La mimica degli antichi investigata nel gestire napoletano» uscì a Napoli nel 1832 dalla Stamperia del Fibreno, dedicata al principe ereditario di Prussia. È un dizionario: oltre cento voci in ordine alfabetico, da «Abbici de' gesti» a «Volto», passando per Bacio, Danaro, Fame, Negativa, Silenzio, perfino Tabacco. Ogni voce descrive il movimento, ne spiega il significato e cerca un precedente su un vaso, un affresco di Pompei o un verso latino.

In fondo ci sono le tavole incise. Le scene di strada, avverte l'autore, sono composte dal pittore Gaetano Gigante: de Jorio gli dava il soggetto e concertava con lui i gesti di ogni figura. Il motivo è dichiarato: le «bambocciate» dipinte per i turisti mostravano l'acquaiolo o il pescivendolo, ma le figure non parlavano. Lui voleva quadri in cui ognuno dicesse qualcosa con le mani. E tra un'erudizione e l'altra infila aneddoti, scherzi e scenette di vicolo, difendendosi in anticipo da chi avrebbe trovato poco serio mescolare l'archeologia con le comari.

Sette gesti descritti nel 1832 (e che a Napoli si capiscono ancora)

Che vuoi? Le dita allungate e riunite in punta, rivolte verso l'alto; la mano si scuote più volte verso chi ci sta davanti. De Jorio ne propone una spiegazione deliziosa: è come dire all'altro di raccogliere le sue tante parole in un punto solo e arrivare al dunque.

No. La testa si alza appena, come per allontanarsi da ciò che viene offerto: il contrario del sì, che invece china il capo verso l'oggetto. Per rinforzare si spinge in fuori il labbro inferiore, oppure si mettono le punte delle dita sotto il mento e le si spinge in avanti con decisione. C'è anche la versione con l'indice alzato che oscilla da destra a sinistra: questo, proprio questo, non lo voglio.

Ho fame. Il palmo teso, di taglio, batte ripetutamente il fianco. Una variante: pollice e indice aperti portati davanti alla bocca spalancata, fatti girare.

Soldi. Le punte del pollice e dell'indice si strofinano veloci, come chi conta monete. De Jorio, curioso, chiese a due missionari arrivati dal Québec se da loro esistesse un gesto per il denaro: glielo rifecero identico.

Bello, bella. Pollice e indice aperti sfiorano le guance e scendono piano fino a riunirsi sulla punta del mento, disegnando l'ovale del viso. Secondo l'autore richiama l'ideale greco del volto a forma d'uovo, o forse è soltanto una carezza fatta a se stessi. Occhio, quello è furbo. L'indice tira giù la palpebra inferiore. De Jorio lo cataloga sotto «Guercio», nel senso di cattivo soggetto: deformare l'occhio vuol dire avvisare che la persona di cui si parla non è affidabile. Maccheroni. Per dire mangiare basta portare le dita riunite alla bocca. Ma per dire maccheroni il gesto è diverso: dita rivolte in giù, alzate sopra la bocca aperta, a imitare chi li mangiava con le mani, calandoli dall'alto «alla napoletana», come mostrano due delle tavole del libro. E poi ci sono le voci che oggi faremmo arrossire: una dozzina di pagine sui modi di fare le corna (la storia del portafortuna è raccontata in Il cornicello e il malocchio) e, sotto «Beffeggiare», la descrizione tecnica del pernacchio, compresa la variante con la mano sotto l'ascella. Più di un secolo dopo Eduardo ne avrebbe fatto un capolavoro nell'«Oro di Napoli» di De Sica: chi vuole ripassare il personaggio trova tutto in Eduardo De Filippo.

Le storie dentro il dizionario

Il bello del libro sono gli aneddoti, che de Jorio racconta come fatti accaduti. Alcuni ufficiali stranieri sbarcati al Molo si videro seguire da ragazzini che si battevano il fianco con la mano; credendo a un'oscenità, li inseguirono col bastone. Quando qualcuno spiegò che quel gesto voleva dire «ho fame», al posto delle bastonate arrivarono le monete.

In un salotto, una dama straniera cercava di convincere una ragazza napoletana a sposare un signore di famiglia antichissima, e ne elencava titoli e glorie. La ragazza non apriva bocca e, alla fine, si batté più volte il fianco. La dama pensò a un insetto molesto e le suggerì di liberarsene pure. Le napoletane presenti trattennero a fatica le risate: la ragazza aveva risposto benissimo. Nobile, sì; ma non aveva di che vivere.

C'è anche un doganiere che, durante una perquisizione, finge di cercare la tabacchiera in tasca e intanto fa oscillare la mano verso il padrone di casa: un avviso a scappare, che il giudice presente non coglie e il padrone sì. Il gesto, per de Jorio, serve anche a questo: a dire una cosa a uno solo davanti a tutti.

Perché Napoli parla con le mani

La risposta di de Jorio era una sola: perché Napoli è stata greca, e i gesti dei vasi sono sopravvissuti nei vicoli (sulla città antica c'è il capitolo La vita quotidiana nella Neapolis greca). Oggi gli studiosi sono molto più prudenti: alcune somiglianze sono reali, altre sono interpretazioni di immagini che non si possono verificare, perché un vaso dipinto non mostra il movimento della mano.

Il libro è stato rimesso al centro degli studi da Adam Kendon, che lo ha tradotto in inglese nel 2000 («Gesture in Naples and Gesture in Classical Antiquity») e ha visto in de Jorio un precursore: il primo a descrivere i gesti di un gruppo preciso di persone, con attenzione al contesto. Kendon ha anche avanzato un'ipotesi: una città densa, dove si vive in strada in mezzo a gente che ci conosce, favorisce un modo di comunicare veloce, allusivo, fatto di gesti. Un'altra spiegazione che circola parla di un codice nato per non farsi capire dai dominatori stranieri: è suggestiva, ma nessuno l'ha mai dimostrata.

Qualche dato vero, per chiudere: la psicologa Isabella Poggi ha stimato in circa 250 i gesti usati dagli italiani nella conversazione quotidiana, e uno studio dell'Università di Lund del 2024 ha contato circa 22 gesti ogni cento parole tra gli italiani contro 11 tra gli svedesi. Nessun popolo, però, è senza gesti. Napoli semplicemente non ha mai pensato di doversene vergognare.

Il canonico iettatore

Ultima storia, da prendere come tale. Alexandre Dumas, nel «Corricolo», racconta che il canonico aveva fama di iettatore, e che ottenne finalmente l'udienza tanto attesa da re Ferdinando I proprio nel giorno in cui il sovrano morì. È un racconto di Dumas, scritto con un nome appena camuffato, e non ci sono documenti che lo confermino. Ma che proprio l'uomo che aveva catalogato tutti i modi di fare le corna finisse con la nomea di menagramo è una di quelle ironie che solo Napoli sa costruire.

Dove ritrovare oggi questa storia a Napoli

Al Museo Archeologico. Nelle sale dei vasi e degli affreschi pompeiani del MANN provate a guardare le mani delle figure invece dei volti: è l'esercizio che de Jorio faceva fare ai visitatori.

Al Duomo. Il canonico fu sepolto nella basilica di Santa Restituta, dentro il Duomo, dove era stato in servizio per tutta la vita.

Nei mercati e nei vicoli. Pignasecca, Porta Nolana, i balconi dei Quartieri Spagnoli: sono ancora le aule migliori. Mettetevi in un angolo per dieci minuti e contate quante voci del dizionario riconoscete (qui una guida ai mercati di Napoli).

Al cinema. Totò, Eduardo e Massimo Troisi, che con un movimento di mano sapeva costruire una battuta intera. E le parole che accompagnano quei gesti hanno una storia loro: la trovate in Da dove arrivano davvero le parole napoletane.

A Procida. L'isola dove de Jorio nacque è a un'ora di traghetto: Procida.

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