È la prima cosa che vede chi arriva a Napoli dal mare: cinque torri di piperno scuro e, incastonato tra due di esse, un arco di marmo bianco che sembra appartenere a un altro edificio. Quel contrasto — la fortezza cupa e il trionfo luminoso — racconta in un colpo solo la storia della città.
Lo fece costruire Carlo I d'Angiò nel 1279, quando spostò la capitale del regno da Palermo a Napoli e volle una residenza reale vicina al porto. Fu chiamato «castello nuovo» per distinguerlo da Castel dell'Ovo e Castel Capuano, già esistenti.
Il nome popolare, Maschio Angioino, unisce il termine militare «maschio» (il torrione principale) alla dinastia che lo volle.
L'arco marmoreo fu eretto tra il 1453 e il 1471 per celebrare l'ingresso in città di Alfonso V d'Aragona. È uno dei capolavori del primo Rinascimento nel Sud Italia, con rilievi che raffigurano il corteo trionfale del re.
Il salone principale, con la sua straordinaria volta a stella alta ventotto metri, prende il nome da un episodio del 1487: Ferrante d'Aragona vi convocò i baroni che avevano congiurato contro di lui, ufficialmente per un matrimonio, e li fece arrestare tutti durante il banchetto.
Per decenni la sala ha ospitato le sedute del Consiglio comunale di Napoli.
All'interno si trovano il Museo Civico, con dipinti e sculture dal Trecento all'Ottocento, la Cappella Palatina — l'unico ambiente angioino rimasto quasi intatto — e i camminamenti sulle mura con vista sul porto e sul golfo.
Sotto il cortile si aprono le fosse del coccodrillo, prigioni sotterranee attorno alle quali è fiorita una leggenda macabra sui prigionieri fatti sparire.
Si trova in piazza Municipio, servita dalla metropolitana Linea 1, a pochi minuti a piedi dal Molo Beverello.