Ci sono giorni che una città ricorda non perché sia caduto un re o si sia firmato un trattato, ma perché è arrivato qualcosa che nessuno aveva mai visto. Nel 1742 a Napoli arrivò un elefante, e per un po' fu la cosa più famosa del Regno.
La parte migliore della storia, però, è che non è finita: lo scheletro di quell'animale è ancora in città, e si può andare a vedere.
La tradizione racconta che fosse un dono del sultano ottomano a Carlo di Borbone, e la si trova scritta in mezzo mondo. Le fonti dicono un'altra cosa. Negli antichi annuari del Museo Zoologico dell'Università di Napoli la vicenda è ricostruita diversamente: l'animale fu acquistato per ordine del Duca di Salas, ministro del re, tramite l'ambasciatore napoletano presso la corte ottomana.
Non è pignoleria. Cambia il senso della storia: dietro quello che sembra un omaggio esotico c'è un'operazione — diplomatica, commerciale e logistica — decisa e pagata da Napoli. Il re non ricevette una meraviglia: se la andò a comprare.
Vale la pena fermarsi su cosa significasse. Non c'erano camion, non c'erano navi attrezzate, non c'era niente di quello che oggi renderebbe l'impresa banale. Bisognava procurarsi l'animale, imbarcarlo, nutrirlo per settimane, organizzare le tappe e — soprattutto — farlo arrivare vivo.
Ci riuscirono. Nel settembre del 1742 l'elefante sbarcò nel porto di Brindisi, e da lì proseguì per via di terra verso il Regno. Immaginare quel corteo che attraversa il Sud è, da solo, mezza storia.
Qui la vicenda diventa napoletana. L'animale non finì chiuso in un giardino reale: sfilò per la città, e la gente si fermò a guardare.
Bisogna sforzarsi per capire l'effetto. Oggi un elefante lo si vede ogni giorno in un documentario, e l'immagine è consumata prima dell'esperienza. Nel Settecento, per la grandissima parte dei napoletani, l'elefante era una cosa dei libri e delle mappe: apparteneva al genere delle meraviglie raccontate da chi era stato lontano. Vederne uno voleva dire vedere una pagina scritta camminare per strada.
E poi succede la cosa che sembra inventata. Nel 1743 l'elefante sale sul palcoscenico del Teatro di San Carlo, nell'Ezio su testo di Pietro Metastasio.
Il teatro era stato inaugurato pochi anni prima ed era già uno dei luoghi più importanti della musica europea. Dice molto del Settecento: il teatro non voleva soltanto raccontare, voleva stupire, e la meraviglia era parte legittima dello spettacolo. Quale meraviglia più grande di un elefante vero, in scena, davanti alla corte.
C'è un dettaglio che vale più di tutte le sfilate. Mentre l'animale era ancora vivo, Carlo fece realizzare un disegno e affidò al medico e naturalista Francesco Serao il compito di scriverne una descrizione dettagliata.
Questo è il Settecento nel suo passaggio più importante: il mondo non basta più ammirarlo, va misurato, descritto, classificato. Quell'elefante si trovò in mezzo a quel cambio di mentalità, e la cosa lo rende un reperto storico prima ancora che zoologico. È lo stesso clima che a Napoli produsse musei, orti botanici e osservatori: la storia sta in i Borbone, capitale della scienza e della cultura.
L'animale visse al Real Sito di Portici e morì intorno al 1756. Qui la storia sarebbe potuta chiudersi, come si chiudono quasi tutte le curiosità di corte.
Invece il corpo fu conservato, e lo scheletro è oggi al Museo Zoologico dell'Università Federico II, che lo indica fra i pezzi più significativi della propria collezione di vertebrati. È una delle cose più strane e più belle che questa città custodisca: l'animale che nel 1742 la fece voltare tutta è ancora lì, in una sala universitaria, a disposizione di chi ha la curiosità di andarlo a cercare.
Va raccontata anche questa, perché la storia non è mai tutta nobile. Insieme allo scheletro fu conservata la pelle, ma la preparazione si degradò: un rapporto del 1808 lamentava condizioni di conservazione inadeguate, e denunciava che qualcuno aveva danneggiato la pelle e la proboscide.
L'animale che aveva fatto impazzire di curiosità una capitale europea era diventato, mezzo secolo dopo, un reperto mal custodito. È una parabola su come funziona la memoria: prima l'entusiasmo, poi l'abitudine, poi l'incuria. A Napoli è successo con molte cose più grandi di un elefante.
Un'ultima traccia, e non è la meno importante. Fra le scene presepiali del Museo di Capodimonte c'è un grande elefante ispirato proprio a quello arrivato alla corte nel 1742.
È il modo in cui Napoli ha sempre digerito le cose straordinarie: le mette nel presepe. Il presepe napoletano non è una scena sacra, è un inventario della città — mestieri, facce, animali, tutto quello che passava per strada finiva dentro. Come funziona davvero sta in il presepe napoletano: un'arte, non una decorazione.
Un elefante comprato in Oriente, sbarcato a Brindisi, applaudito al San Carlo, morto a Portici, conservato in un'università e finito in un presepe. Difficile inventarne una più napoletana di così.