C'è un cappello di paglia rigido, inclinato sull'occhio, e un uomo magro che entra in scena camminando come se il palcoscenico gli appartenesse da sempre. Bastava quello: il pubblico rideva prima ancora della battuta. Nino Taranto apparteneva a una generazione di attori che imparava il mestiere sera dopo sera, davanti a platee che non perdonavano nulla — e che proprio per questo sapeva tenere in mano una sala con un gesto solo.
Nato a Napoli nel 1907, Taranto si forma nell'avanspettacolo e nel varietà, il circuito durissimo dei teatri popolari dove si recitava più volte al giorno, prima e dopo la proiezione dei film.
È lì che costruisce il proprio personaggio: la macchietta, cioè il tipo comico riconoscibile, definito da un costume, una camminata, una cadenza. La paglietta calcata di traverso diventa il suo segno.
La macchietta che lo rende celebre in tutta Italia è «Ciccio Formaggio», il ritratto canzonato di un uomo insignificante e sfortunato che nessuno prende sul serio. La canzone diventa un successo popolare e resta legata al suo nome per il resto della carriera.
È un meccanismo tipicamente napoletano: la comicità che nasce dal riconoscersi nel personaggio più debole della storia, non nel più forte.
Dagli anni Quaranta Taranto lavora moltissimo nel cinema, spesso accanto a Totò, con cui forma una delle coppie comiche più prolifiche della commedia italiana.
Il loro rapporto in scena funzionava per contrasto: Totò surreale e imprevedibile, Taranto più terreno, più realista, la spalla che riporta la scena a terra.
La parte meno conosciuta della sua carriera è anche la più interessante. Negli anni maturi Taranto lavora con Eduardo De Filippo, affrontando ruoli drammatici e dimostrando una gamma che il cinema comico gli aveva sempre negato.
È un passaggio che diversi comici napoletani hanno compiuto — la comicità popolare come scuola di verità, non come limite.
A Napoli il Teatro Nino Taranto, nel quartiere Vomero-Arenella, porta il suo nome. I suoi film con Totò passano ancora regolarmente in televisione, e le registrazioni delle macchiette si trovano facilmente.
Fa parte, insieme a Viviani e a Scarpetta, di quella linea napoletana in cui il comico e il popolare non sono mai stati generi minori, ma il modo principale in cui la città ha raccontato sé stessa.