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Le superstizioni napoletane di Capodanno: cocci dalla finestra, lenticchie, uva, rosso e botti — Napoli popolare

Foto: José Luiz · CC BY-SA 4.0 · Wikimedia Commons

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Le superstizioni napoletane di Capodanno: cocci dalla finestra, lenticchie, uva, rosso e botti

📍 Napoli popolare Folklore napoletano · da Ovidio alle ordinanze di oggi

Mancano due minuti a mezzanotte. In un vicolo dei Quartieri il televisore è acceso a tutto volume, sul tavolo c'è un piatto di lenticchie che nessuno ha più fame di mangiare, qualcuno conta gli acini d'uva nel palmo, una nonna controlla che sotto il vestito ci sia qualcosa di rosso. Dal balcone di fronte un vicino sporge un piatto sbeccato e aspetta. Poi parte il primo botto, e dopo il primo tutti gli altri. Ogni gesto di questa notte ha una spiegazione che passa di bocca in bocca. Alcune sono antiche davvero e si possono leggere nei libri; altre sono state inventate dopo, e nessuno se n'è accorto. Le abbiamo messe in fila, una per una, con le fonti in mano.

La regola madre: il primo giorno decide l'anno

Tutte le superstizioni di Capodanno poggiano su un'idea sola: quello che fai all'inizio si porta dietro tutto il resto. L'idea è vecchia di duemila anni. Nel primo libro dei Fasti, Ovidio immagina di chiedere a Giano, il dio delle porte e degli inizi, perché il primo gennaio ci si scambino auguri e dolci. Giano risponde che nei princìpi stanno i presagi, omina principiis inesse solent, e che datteri, fichi secchi e miele si regalano perché l'anno abbia lo stesso sapore e prosegua dolce. Poi spiega anche le monete regalate in quel giorno: un tempo di bronzo, ai suoi tempi d'oro, perché l'augurio migliore è nell'oro.

Diciannove secoli dopo, a Napoli, Matilde Serao scrive la stessa cosa in un manuale di buone maniere, Saper vivere, uscito nel 1900. Nel capitolo sulla fine dell'anno confessa la sua superstizione: quello che succede tra la mezzanotte del trentuno e quella del primo gennaio è un presagio che non sbaglia quasi mai. Quindi niente malinconie, niente cassetti vecchi da riaprire, niente gente noiosa. La sua conclusione è una piccola regola di vita: «chi sa vivere un giorno, sa vivere un anno». È il principio da cui discendono il cornicello, la paura dello jettatore e tutto quello che segue.

I cocci dalla finestra

L'usanza più famosa è anche la più rumorosa: a mezzanotte si butta dalla finestra qualcosa di vecchio, di solito piatti e cocci, per liberarsi del male accumulato nell'anno che se ne va. Non è solo napoletana. Nella voce «Capodanno» dell'Enciclopedia Italiana, scritta nel 1930 dallo storico delle religioni Nicola Turchi, si legge che a Roma, a mezzanotte del 31 dicembre, si gettano ancora dalle finestre oggetti rotti e inservibili, e il gesto è classificato tra i riti per allontanare il male. Il portale turistico nazionale italia.it la indica come un'usanza sentita soprattutto al Sud, oggi molto meno diffusa.

Quello che non abbiamo trovato è un documento antico che racconti come e quando sia nata a Napoli: la spiegazione «si butta il vecchio per far posto al nuovo» è quella che si tramanda, ed è sensata, ma resta una spiegazione popolare. Una cosa invece è certa: un piatto lanciato dal terzo piano fa male a chi passa sotto, e lo stesso italia.it la sconsiglia. Chi vuole mantenere il rito oggi lo fa in modo simbolico, buttando via qualcosa dentro casa. Chi abita in un basso, al piano strada, sa bene perché.

Le lenticchie e la borsa dei Romani

Le lenticchie a mezzanotte, con il cotechino o lo zampone dove si usa, promettono soldi. Turchi, nella stessa voce del 1930, mette riso e lenticchie tra i cibi «minuti», piccoli e numerosi, che richiamano la ricchezza e il guadagno: tanti chicchi, tante monete. Questo è il cuore documentato dell'usanza.

Poi c'è la storia che si legge ovunque: gli antichi Romani avrebbero regalato a Capodanno una scarsella, una borsa di cuoio, piena di lenticchie, con l'augurio che diventassero monete. La riporta anche italia.it. Noi non siamo riusciti a trovare un testo latino che la racconti. Ovidio parla di monete regalate e di dolci, Turchi di frutta secca, miele e monete d'argento come strenne, ma la scarsella di lenticchie non compare. Prendetela per quello che è: una bella storia, probabilmente moderna. A Napoli, del resto, le lenticchie di dicembre hanno anche un altro lavoro: coprire i numeri della tombola.

L'uva e il falso spagnolo

Dodici acini d'uva, uno per ogni rintocco della mezzanotte, uno per ogni mese. Si legge spesso, anche su italia.it, che a Napoli il rito sarebbe arrivato con la dominazione spagnola. Ma i conti non tornano. Secondo le ricerche sui giornali spagnoli d'epoca raccolte nella voce dedicata della Wikipedia in spagnolo, l'abitudine di mangiare l'uva a Capodanno compare nella stampa di Madrid intorno al 1894, descritta come una moda importata dalla Francia; il primo riferimento esplicito alle dodici uve come dodici mesi è della notte tra il 1895 e il 1896, e la teoria più nota sul suo successo popolare parla di un raccolto abbondante ad Alicante nel 1909. Il viceregno spagnolo di Napoli era finito nel 1707, e il Regno delle Due Sicilie non esisteva più dal 1861. Se l'uva di Capodanno a Napoli ha un'origine spagnola, è arrivata per altre strade e molto più tardi.

Resta il senso dell'augurio, che italia.it spiega così: l'uva si conta acino per acino, come le monete. È la stessa logica delle lenticchie.

Il rosso

Mutande rosse, calze rosse, un nastrino rosso: il colore della notte. Per spiegarlo si citano i Romani, il Medioevo, perfino la Cina. Il portale italia.it parla di un legame con la prosperità fin dal capodanno romano e di stoffe rosse usate nel Medioevo contro la sfortuna, ma senza indicare documenti, e noi non ne abbiamo trovati. Possiamo dire con certezza solo una cosa: a Napoli il rosso è da sempre il colore degli amuleti, a cominciare dal corno di corallo, come raccontiamo nell'articolo sul cornicello. Che la biancheria rossa di Capodanno discenda da lì è un'ipotesi suggestiva, non una prova.

I botti: scacciare il male ieri, contare i feriti oggi

Il rumore, nella tradizione, serve a spaventare il male. Turchi lo registra già nel 1930: a Roma la notte di Capodanno si sparavano colpi di rivoltella e di fucile, per scacciarlo. Napoli ha in più una lunga familiarità con i fuochi d'artificio delle feste: già a metà Ottocento la raccolta Usi e costumi di Napoli e contorni descrive le feste dei marinai con luminarie e fuochi artificiali. Il resto è cronaca recente, e ha nomi che sembrano scherzi: nel dicembre 2022 l'agenzia AGI raccontava della «bomba Kvara», intitolata a un calciatore del Napoli, un ordigno illegale con circa tre chili di esplosivo capace di uccidere fino a dieci metri di distanza.

I numeri non scherzano. Secondo i dati del Dipartimento di Pubblica Sicurezza riportati dall'AGI, la notte di Capodanno 2025 in Italia ci sono stati 309 feriti, 69 ricoverati, nessun morto. A Capodanno 2026 i feriti sono stati 283, di cui 68 minorenni, 54 ricoverati e 12 colpiti da armi da fuoco, e un uomo è morto a Roma, ad Acilia, per un petardo esploso tra le mani. A Napoli e provincia, secondo i dati riportati da Fanpage e dal Domani, i feriti sono passati da 36 nel 2025 a 57 nel 2026, 42 dei quali in città, senza morti per il secondo anno consecutivo. Per la notte del 31 dicembre 2025 il sindaco ha firmato un'ordinanza che vietava di introdurre e far esplodere botti e petardi, portare spray urticanti e usare contenitori di vetro e lattine in piazza del Plebiscito, piazza Municipio e sul lungomare Caracciolo, dal pomeriggio del 31. Per il Capodanno 2026-27, ai primi di novembre 2026, non è ancora stata pubblicata: di solito arriva a fine dicembre.

Dove ritrovare oggi questa storia a Napoli

Giano e le strenne si capiscono meglio davanti alla Napoli romana del Museo Archeologico Nazionale, dove si possono vedere anche gli amuleti antichi contro il malocchio. Per le lenticchie e l'uva del cenone, il posto giusto sono i banchi descritti nella guida ai mercati di Napoli, che negli ultimi giorni di dicembre si riempiono fino a sera. Il lungomare, con Castel dell'Ovo sullo sfondo, è una delle zone coperte dai divieti dell'ultima ordinanza, insieme a piazza del Plebiscito e piazza Municipio. Programma, trasporti e consigli pratici per la notte sono nella guida a cosa fare a Napoli a dicembre. E se il primo gennaio vi resta un dubbio sul presagio di un sogno fatto quella notte, c'è sempre la Smorfia. Un consiglio da vecchia Napoli, valido per ogni superstizione: quando passate sotto i balconi a mezzanotte, guardate in alto.

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