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Pulcinella, chi era davvero: dall'attore di Capua al naso di bronzo dei Tribunali — Napoli popolare
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Pulcinella, chi era davvero: dall'attore di Capua al naso di bronzo dei Tribunali

📍 Napoli popolare Commedia dell'arte · dal Seicento a oggi

Via dei Tribunali, angolo vico del Fico al Purgatorio. Il passeggio si inceppa sempre lì: qualcuno si ferma, allunga la mano e strofina il naso di un Pulcinella di bronzo. Il resto della statua è scuro, il naso brilla come una maniglia d'ottone, consumato da migliaia di dita. Porta fortuna, si dice, e tanto basta. Ma la domanda giusta è un'altra. Di chi è, quel naso? Chi era Pulcinella prima di diventare una calamita da frigorifero?

Un attore di Capua e una commedia del 1632

La risposta più solida porta a un uomo in carne e ossa: Silvio Fiorillo, attore nato a Capua verso il 1565, secondo il Dizionario Biografico degli Italiani. Per buona parte della carriera fu famoso per un'altra maschera, il Capitan Matamoros, lo spagnolo spaccone e vigliacco: con quel nome d'arte firmava perfino le lettere al duca di Mantova, come una del 1599.

È però un suo collega, l'attore Pier Maria Cecchini, a scrivere nel 1628 che la parte di Pulcinella l'aveva introdotta proprio Fiorillo. Benedetto Croce, che nel 1899 dedicò alla maschera un saggio intero, prese sul serio quella testimonianza perché veniva da un contemporaneo. Le prime tracce sicure sono quasi tutte di quegli anni: il «Viaggio di Parnaso» di Giulio Cesare Cortese (1621), le incisioni dei «Balli di Sfessania» di Jacques Callot (1622), una commedia di Virgilio Verucci (1628). Nel 1632 esce a Milano «La Lucilla costante», la commedia di Fiorillo in cui compare «Policinella»: ed è lì che il personaggio dichiara di essere nato non ad Acerra, ma a «Ponteselece». Croce chiuse la questione con una frase secca: «Non si sa nulla del Pulcinella prima di Silvio Fiorillo». Il Dizionario Biografico, più prudente, parla di debutto documentato più che di invenzione.

Le genealogie favolose

Un personaggio così popolare non poteva accontentarsi di un padre attore. Così gli sono stati trovati antenati illustri. Il più antico è Maccus, il servo dal naso lungo delle farse atellane, il teatro popolare che i Romani facevano risalire alla città osca di Atella, non lontano da Acerra. Ma già nel 1935 Fausto Nicolini, nella voce dell'Enciclopedia Italiana, liquidava la discendenza dal teatro antico come una fantasia a cui gli studiosi non credevano più: per lui Pulcinella era un fratello minore di Arlecchino, figlio come lui dello Zanni, il servo della commedia dell'arte. Il costume dei primi tempi, infatti, era quello dello Zanni: camiciotto e calzoni bianchi da facchino, spada di legno alla cintura, cappello a due punte, maschera nera, barba e baffi. Il cappello a pan di zucchero e il volto senza barba si affermano entro la fine del Seicento.

Sul nome le ipotesi sono due, e nessuna è certa. Una lo lega al pulcino: il naso a becco, la voce chioccia, che i burattinai imitano ancora. L'altra ricorda che «Pulcinello» o «Polsinelli» compaiono come nomi e cognomi in documenti campani fin dalla fine del Duecento. Poi c'è Puccio d'Aniello, il contadino di Acerra dal naso lungo che si sarebbe unito a una compagnia di comici di passaggio: è la storia più raccontata, ma resta una storia, senza documenti. Quello che si sa è che Acerra era già diventata la patria proverbiale di Pulcinella nella seconda metà del Seicento, e che con il tempo la maschera si guadagnò anche un cognome fisso, Cetrulo, cioè citrullo.

Un napoletano in giro per l'Europa

Il successo fu immediato e senza confini. Andrea Calcese, detto Ciuccio, lo portò fuori Napoli prima di morire nella peste del 1656. Michelangelo Fracanzano lo recitò a Parigi nel 1685, dove la maschera si vestì di colori e mise due gobbe diventando Polichinelle. In Inghilterra, secondo Nicolini, arrivò attraverso i burattini francesi e si accorciò fino a diventare Punch. Alla Biblioteca Nazionale di Napoli si conservano 183 scenari della fine del Seicento appartenuti al conte di Casamarciano: non ce n'è uno senza Pulcinella. Un titolo per tutti: «Policinella ladro spia sbirro giudice e boia». E il 15 maggio 1920, all'Opéra di Parigi, debuttò il balletto «Pulcinella» di Stravinskij, con scene e costumi di Picasso.

Il San Carlino e Antonio Petito

A Napoli Pulcinella aveva una casa: il teatro San Carlino, in piazza del Castello, l'attuale piazza Municipio. Una platea minuscola, dove per quasi un secolo e mezzo si recitarono farse in dialetto. Qui crebbe Antonio Petito, nato nel 1822 nel quartiere Vicaria, figlio di Salvatore, che vestiva Pulcinella, e di Donna Peppa, ballerina e impresaria di un teatrino alla Marina del Carmine. In famiglia lo chiamavano «Totonno 'o pazzo».

Il passaggio della maschera ha due versioni. Il Dizionario Biografico racconta una scena da palcoscenico: il 12 aprile 1852, alla fine della commedia «S'è stutata la cannela», il padre presentò il figlio al pubblico e gli consegnò maschera e «cuppolone». Salvatore Di Giacomo, nella sua storia del San Carlino, la mette diversamente: Salvatore Petito avrebbe gettato via la maschera perché non sopportava il Pulcinella più moderno che l'autore-attore Pasquale Altavilla stava inventando, e il figlio l'avrebbe raccolta. Petito sapeva appena leggere e scrivere, eppure ha lasciato circa novanta testi, con l'aiuto di revisori. Il suo Pulcinella non è più il servo sciocco: è un popolano che parodia il Trovatore di Verdi e la Muta di Portici, prende in giro le mode e la Napoli che cambia dopo l'Unità. Di Giacomo lo descrive così: «non servo, non maligno, non egoista». Nel 1869 entrò in compagnia un ragazzo che si chiamava Eduardo Scarpetta: fu suo allievo, e qualche anno dopo sarebbe stato proprio lui a mandare in pensione Pulcinella.

Morto in scena

Petito era malato di cuore. Di Giacomo riferisce che, incontrato in piazza del Castello dal dottor Palasciano, gli avrebbe risposto: «Dottò, Pulicenella se n'è ghiuto!». Morì nel 1876, al San Carlino. Finito il terzo atto della «Dama bianca», si era seduto in corridoio a bere il solito caffè dell'intervallo; gli tremò la mano, la servetta della compagnia pensò che scherzasse, come faceva spesso per spaventare i colleghi. Non scherzava. Fu adagiato su un materasso in mezzo al palcoscenico mentre un attore annunciava la notizia al pubblico. Persino la data non mette d'accordo le fonti: Di Giacomo scrive 26 marzo, altri studi 24 marzo, il Dizionario Biografico 24 maggio. Otto anni dopo, nel 1884, il San Carlino fu demolito con gli isolati di piazza Municipio.

Che cosa vuol dire Pulcinella

È facile dire che Pulcinella è il popolo napoletano. Croce stesso diffidava della formula. Secondo lui furono soprattutto i viaggiatori stranieri del Settecento a fare di una maschera il ritratto, o la caricatura, di un popolo: vedevano Pulcinella dappertutto, sulle insegne delle botteghe, nei giocattoli, nei sillabari dei bambini, e perfino nei presepi, non lontano dalla grotta.

Gli studiosi più recenti leggono la maschera come un fascio di contrari: maschio e femmina, sciocco e furbo, città e campagna, servo e padrone di sé. Nel teatro dei burattini, le guarattelle, cambia ancora: non è più servo ma un eroe irriverente che prende a bastonate i suoi nemici, Morte compresa, con la voce stridula ottenuta dal burattinaio con la pivetta, una piccola ancia tenuta in bocca. E dal teatro viene anche il «segreto di Pulcinella», un canovaccio in cui ogni personaggio gli confida un segreto e lui lo va a raccontare al successivo, finché lo sanno tutti. Eduardo De Filippo, che da giovane il camice bianco l'aveva indossato, nel 1957 scrisse «Il figlio di Pulcinella»: il figlio torna dall'America e la maschera non la vuole più mettere.

Pulcinella in città oggi

La statua di vico del Fico al Purgatorio è un bronzo dello scultore napoletano Lello Esposito, che da decenni lavora sulla maschera e l'ha donato alla città, secondo le fonti consultate, nel 2012. Il rito del naso è dunque recentissimo: nessun testo antico lo ricorda, ed è nato e cresciuto per passaparola, come tanti gesti portafortuna della città raccontati nell'articolo sul cornicello e il malocchio. Napoli, del resto, le tradizioni non ha mai smesso di inventarle. Nell'ottobre 2024 un altro Pulcinella, alto dodici metri, firmato da Gaetano Pesce e intitolato «Tu si' 'na cosa grande», è stato inaugurato in piazza Municipio tra le polemiche. Per un caso che sembra scritto da un autore di farse, la maschera era tornata, gigantesca, nella piazza dove il suo teatro era stato abbattuto centoquarant'anni prima.

Dove ritrovare oggi questa storia a Napoli

Vico del Fico al Purgatorio e via dei Tribunali. La statua è a pochi passi dalla chiesa di Santa Maria del Purgatorio ad Arco, quella dei teschi di bronzo e del culto delle anime pezzentelle.

Piazza Municipio. A due passi dal Maschio Angioino, sul lato della piazza verso via Medina, c'era il San Carlino: la piazza allora si chiamava piazza del Castello. Non resta una pietra, ma è il posto in cui Petito visse e morì in scena.

La Certosa di San Martino. La sezione teatrale del museo conserva il modello della scena del San Carlino preparato per l'Esposizione del 1898: prima di salire verificate quali sale sono aperte, nella scheda della Certosa e Museo di San Martino.

I teatri. Il Pulcinella della commedia dell'arte torna spesso nei cartelloni, e con lui i suoi eredi: Scarpetta e Eduardo De Filippo. Cosa va in scena in queste settimane è nella guida ai teatri di Napoli tra novembre e dicembre.

Acerra. Fuori città, la patria proverbiale della maschera ha un Museo di Pulcinella: controllate gli orari prima di partire.

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