Immagina una sera di settembre del 1839, la festa di Piedigrotta, la folla che si accalca e una melodia nuova che passa di bocca in bocca prima ancora di essere stampata. Da quella sera Napoli ha smesso di cantare soltanto per sé. Le sue canzoni sono salite sulle navi insieme ai suoi figli, hanno attraversato l'oceano dentro valigie di cartone, e sono tornate indietro trasformate in qualcosa che il mondo intero credeva di conoscere.
La data convenzionale è il 1839, quando alla Festa di Piedigrotta viene presentata «Te voglio bene assaje», attribuita a Raffaele Sacco per il testo e, secondo una tradizione mai dimostrata, a Gaetano Donizetti per la musica. Il brano vende — si dice — centomila copie di spartito, cifra enorme per l'epoca, e dimostra che esiste un pubblico disposto a pagare per una canzone.
La Festa di Piedigrotta, di origine religiosa e molto più antica, diventa da quel momento il luogo dove ogni anno si presentano le canzoni nuove: una specie di festival competitivo che per un secolo detterà i successi dell'anno. È il modello che, molto più tardi, ispirerà Sanremo.
Attorno alle canzoni nasce un'industria vera. Case editrici musicali come Bideri (fondata nel 1876) e Ricordi stampano e vendono spartiti, gestiscono i diritti, promuovono gli autori. Il prodotto non è il disco — che ancora non esiste — ma il foglio di musica, comprato da chi ha un pianoforte in casa.
Questo spiega una caratteristica del genere: le canzoni sono scritte per essere eseguite da altri, con melodie memorizzabili e armonie eseguibili anche da dilettanti.
Il genere vive di coppie autore-compositore. Salvatore Di Giacomo, poeta di primo piano, scrive testi di qualità letteraria alta per musiche di Mario Costa e Francesco Paolo Tosti: nascono «Marechiare» (1885), «Era de maggio», «A Marechiaro». Libero Bovio firma «Reginella», «Zappatore», «Signorinella». E. A. Mario scrive «Santa Lucia luntana» (1919) e la «Leggenda del Piave».
Eduardo di Capua e Giovanni Capurro firmano nel 1898 «'O sole mio», che diventerà la canzone italiana più conosciuta al mondo. Ernesto De Curtis compone «Torna a Surriento» e «Non ti scordar di me».
Due grandi filoni attraversano tutto il genere. Il primo è amoroso, spesso con una struttura fissa: il corteggiamento, il rifiuto, la gelosia, la serenata sotto il balcone.
Il secondo è l'emigrazione, ed è ciò che rende questa musica storicamente importante. Tra il 1880 e il 1920 milioni di italiani, moltissimi meridionali, lasciano il paese. «Santa Lucia luntana» racconta esattamente quel momento: la nave che parte, la città che si allontana, il porto che diventa un ricordo. Sono canzoni che accompagnano un trauma collettivo — e che gli emigranti portano con sé, facendo di Napoli un'idea musicale conosciuta a New York e Buenos Aires prima ancora che in gran parte d'Italia.
Enrico Caruso, napoletano, il tenore più celebre della storia, incide canzoni napoletane accanto al repertorio operistico e le porta nei teatri di tutto il mondo. Più tardi Sergio Bruni e Renato Carosone, che negli anni Cinquanta innesta swing e jazz sulla tradizione con «Tu vuò fa' l'americano» e «Torero».
La canzone classica sopravvive in due modi molto diversi: nella versione turistica, spesso stanca, che si sente nei ristoranti del centro; e in quella d'autore, riproposta da musicisti che la trattano come repertorio serio nei teatri e nelle rassegne. Vale la pena cercare la seconda, perché la distanza tra le due è enorme.
E vale la pena ricordare, ascoltandola, che dietro melodie diventate cartolina c'erano poeti veri, un'industria organizzata e la storia di un popolo che partiva.