Johann Wolfgang von Goethe arrivò a Napoli il 25 febbraio 1787, e la prima cosa che gli accadde fu di perdere il controllo del proprio metodo. Era un uomo che viaggiava per capire: prendeva appunti su piante, rocce, architetture, caratteri nazionali. Roma l'aveva studiata. Napoli invece non si lasciò studiare, gli entrò addosso.
Nelle pagine che poi diventeranno il Viaggio in Italia — pubblicato quasi trent'anni dopo, ricostruito da diari e lettere — la città compare come un luogo in cui si vive in una specie di dimenticanza di sé. Non era un complimento generico: era l'osservazione di uno che si accorgeva di stare diventando, per la prima volta, uno spettatore travolto.
Il Vesuvio fu la vera ossessione napoletana di Goethe, e non per il paesaggio. Ci salì il 6 marzo, poi ci tornò il 20 marzo dopo che gli avevano riferito di un'eruzione in corso — e quella volta vide la lava. Non era turismo: era un uomo che si interessava di geologia e che aveva davanti la Terra al lavoro.
Da quelle salite viene la frase che vale come riassunto di tutto il suo viaggio, e che vale ancora oggi per chi legge le guide prima di partire: una cosa la si può leggere descritta mille volte, e certe sue caratteristiche si capiscono soltanto vedendola. Non è una banalità retorica. Goethe sapeva già tutto del Vesuvio prima di arrivare. Salirci fu un'altra cosa.
Chi vuole rifare quel percorso oggi trova un vulcano molto più addomesticato e molto più sorvegliato: i dati sismici e la situazione reale sono un capitolo che a Napoli conviene conoscere.
Visitò Pompei, Ercolano, Paestum, Caserta. Pompei lo colpì per una ragione precisa: non gli sembrò un sito archeologico ma una città che tornava a galla. Strade, case, pitture, il teatro. Non reperti: arredamento di una vita interrotta.
È una lettura che oggi diamo per scontata e che allora non lo era affatto. L'antichità, per la cultura in cui Goethe era cresciuto, era marmo bianco e statue nei musei. Napoli e il suo golfo gli mostrarono che era stata anche cucina, bottega e vicolo — e chi vuole vedere la stessa cosa in città ha la Neapolis greca sotto i piedi.
Su Goethe a Napoli si cita sempre l'entusiasmo. Si cita molto meno il resto, e il resto è più interessante: la città lo conquistò proprio perché era contraddittoria. Magnifica e miserabile, elegante e caotica, piena di chiese e piena di superstizione. Non aveva nessun bisogno di trasformarla in cartolina, e infatti non lo fece.
Questa è, in una riga, la differenza fra il viaggiatore e il turista, ed è la ragione per cui il suo diario napoletano si legge ancora. Il turista verifica che il posto somigli alla fotografia. Il viaggiatore accetta che il posto sia più complicato di come gliel'avevano raccontato.
Goethe lasciò Napoli all'inizio di giugno, dopo essere andato e tornato dalla Sicilia. Portò via un'idea del Sud — del rapporto fra clima, tempo e modo di vivere — che avrebbe segnato la cultura tedesca per un secolo. E ne portò via anche una convinzione che nessuna guida gli aveva dato: che alcune cose non si possono sapere, si possono solo andare a vedere.