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Niccolò Pesce, il ragazzo che non riusciva a uscire dal mare — Leggende e misteri
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Niccolò Pesce, il ragazzo che non riusciva a uscire dal mare

📍 Leggende e misteri Folklore napoletano e siciliano · dal XII secolo a oggi

Tutto comincia con una madre che perde la pazienza. Il figlio passa le giornate in mare, torna tardi, salato, con gli occhi rossi, e lei, racconta Benedetto Croce, «nel calore dello sdegno» gli scaglia la maledizione più crudele che si possa lanciare in una città di pescatori: che possa diventare pesce. E la maledizione, dice la leggenda, funziona. Da quel giorno Niccolò, che a seconda di chi racconta si chiama anche Cola, Colapesce o Pesce Nicolò, vive più sotto l'acqua che sopra, e diventa l'uomo più utile e più sfortunato del Mediterraneo: quello che il re manda giù, ogni volta un po' più giù.

La versione che un cocchiere raccontò a Croce

La forma napoletana della storia la conosciamo soprattutto grazie a Benedetto Croce, che in «Storie e leggende napoletane» (1919) ammette che fu una delle leggende che più lo colpirono da ragazzo. A raccontargliela era il cocchiere di casa. In quella versione Niccolò sa restare sott'acqua ore e giorni senza risalire a respirare, e per fare in fretta le lunghe traversate si lascia inghiottire da un pesce enorme: quando è arrivato dove voleva, apre la pancia dell'animale con un coltellaccio che porta sempre con sé ed esce libero. Il re vuole sapere com'è fatto il fondo del mare, e Niccolò torna a descrivergli giardini di corallo, sabbia piena di pietre preziose, armi, scheletri e navi affondate. Scende anche nelle grotte misteriose sotto Castel dell'Ovo, lo stesso castello che secondo un'altra leggenda si regge su un uovo nascosto da Virgilio, e ne riporta manciate di gemme.

Poi arriva la domanda geografica: come fa la Sicilia a stare a galla? Niccolò va a vedere e torna con una risposta inquietante: l'isola poggia su tre enormi colonne, e una è spezzata. L'ultima prova è un capriccio. Il re fa sparare una palla di cannone nel Faro di Messina e gli ordina di riprenderla. Niccolò avverte che stavolta non tornerà; il re insiste. Lui si tuffa, insegue la palla, la afferra, e quando alza la testa vede l'acqua sopra di sé ferma e tesa, scrive Croce, «come un marmo sepolcrale». È finito in uno spazio vuoto, senz'acqua, dove non si nuota più. Lì, dice la leggenda, è rimasto.

L'uomo villoso di via Mezzocannone

Il cocchiere aveva anche una prova da mostrare. Indicava al piccolo Croce il «ritratto» di Niccolò: un bassorilievo murato nella casa all'angolo delle strettole di Porto, davanti al vico Mezzocannone. Rappresentava un uomo coperto di peli con un lungo pugnale nella mano destra, cioè, spiegava il narratore, proprio il coltello per aprire la pancia dei pesci. Gli eruditi la pensavano in un altro modo. Già alla fine del Cinquecento i letterati napoletani sostenevano che la scultura venisse da un tempietto del porto greco-romano e rappresentasse Orione, il gigante cacciatore del mito. Secondo i topografi era stata trovata scavando le fondazioni del Sedile di Porto, uno dei seggi in cui si riuniva la nobiltà cittadina, e una lapide del Settecento lo ricorda ancora.

Croce ricostruisce anche come cambiò il nome. Giulio Cesare Capaccio, all'inizio del Seicento, annota che il popolo vi vedeva «un uomo selvaggio»; Carlo Celano, qualche decennio dopo, «un uomo marino»; Giuseppe Sigismondo, nel 1788, scrive ormai che il volgo lo crede l'immagine di Niccolò Pesce. Croce aggiunge un dubbio suo, da filologo onesto: non è nemmeno certo che il rilievo sia antico, potrebbe essere medievale. Con il Risanamento di fine Ottocento la casa venne abbattuta e il bassorilievo fu rimontato su un edificio nuovo, nel vano di un balcone al primo piano, sotto la vecchia iscrizione. Il resto della storia è più recente: secondo quanto riportato dall'ANSA nel 2024, l'originale si conserva oggi al Museo di San Martino, e Croce ne aveva fatto fare una copia da sistemare sopra la porta di casa sua, a Palazzo Filomarino. Uno dei pensatori più razionali del Novecento si teneva l'uomo-pesce sull'ingresso: non male, come dettaglio.

Messina, Bari, Cadice: un ragazzo con molte patrie

Croce scoprì presto che Niccolò non era nato a Napoli. La leggenda viene dallo Stretto di Messina ed è antichissima. Il racconto più antico che conosciamo è della fine del XII secolo: lo scrive Walter Map, chierico alla corte inglese di Enrico II, che la colloca ai tempi di Guglielmo II di Sicilia; intorno al 1210 la riprende Gervasio di Tilbury, che la sposta ai tempi di re Ruggero; un poeta provenzale chiama l'eroe «Nichola de Bar», cioè di Bari; nel Duecento frate Salimbene da Parma la lega a Federico II, che getta in mare una coppa d'oro e la fa ripescare. Ognuno, nota Croce con un sorriso, la racconta come accaduta ai suoi tempi o quasi. Il soprannome «Pipe» o «Papa» che gli danno i manoscritti inglesi, secondo lui, potrebbe essere solo una lettura sbagliata di «piscem», pesce.

Le versioni si allargano come cerchi nell'acqua. Croce trovò in una biblioteca privata spagnola un racconto in versi stampato a Barcellona nel 1608, in cui Niccolò nasce a Rota, vicino a Cadice, e i suoi discendenti vivono ancora lì; anche Cervantes lo nomina nel «Don Chisciotte». L'Enciclopedia Italiana Treccani, nella voce del 1931, nota che il motivo del tuffo per recuperare un oggetto gettato da un re si trova già in un carme del poeta greco Bacchilide. Nessuno, insomma, è riuscito a dimostrare che sia esistito davvero un nuotatore messinese da cui tutto è partito: Croce la chiama una congettura come un'altra.

La Sicilia sulle spalle

In Sicilia la storia ha un finale diverso, e per molti più bello. Le tre colonne su cui poggia l'isola sono legate ai suoi tre capi, Peloro, Passero e Lilibeo; una è incrinata, in alcune versioni consumata dal fuoco dell'Etna, e Cola decide di restare là sotto a reggerla, perché la Sicilia non sprofondi. Le varianti le raccolse il grande folklorista palermitano Giuseppe Pitrè nei suoi «Studi di leggende popolari in Sicilia» (1904), e Italo Calvino ne fece una delle sue «Fiabe italiane» (1956). Il Niccolò napoletano, invece, non sceglie niente: muore per il capriccio di un re. Voi quale finale preferite, l'eroe che si sacrifica o il ragazzo chiuso sotto un'acqua che non si apre più?

Pontano contro Schiller

Anche i poeti ci hanno messo le mani. Friedrich Schiller ne trasse la ballata «Der Taucher», «Il tuffatore», del 1797; Croce non la amava e la accusava di ridurre la leggenda a un'avventura d'amore. Le preferiva i versi latini dell'«Urania» di Giovanni Pontano, l'umanista della Napoli aragonese, dove Niccolò diventa un fratello di Ercole, Teseo e Perseo e muore lottando con il mostro di Cariddi. Nel Novecento la storia l'ha ripresa uno scrittore napoletano di mare, Raffaele La Capria, con un racconto intitolato proprio «Colapesce», uscito nel 1974.

Perché ci piace ancora

Croce provò a spiegare perché questa leggenda resiste da otto secoli: il gusto di immaginare uomini con poteri di animali, il richiamo del mare e la voglia delle ricchezze affondate, le paure dei marinai, e la forza esemplare della maledizione di una madre. A Napoli c'è un motivo in più. È una città fondata, secondo il mito, su una sirena arrivata dalle onde, che ha i suoi pescatori a pochi metri dal centro: Niccolò, il ragazzo che non riusciva a uscire dall'acqua, qui era di casa.

Dove ritrovare oggi questa storia a Napoli

Via Mezzocannone, all'incrocio con via Sedile di Porto. Alzate gli occhi verso il primo piano: l'uomo villoso con il pugnale è ancora lì, sotto la lapide che ricorda il Sedile di Porto. Il nome della strada, secondo la tradizione, viene da una fontana fatta costruire da Alfonso II d'Aragona con un cannello d'acqua molto corto. Salendo si arriva a San Domenico Maggiore.

Certosa e Museo di San Martino. È il museo dove, secondo le fonti giornalistiche, si conserva l'originale del rilievo: prima di andarci apposta conviene chiedere se è esposto.

Palazzo Filomarino, via Benedetto Croce. È la casa di Croce, oggi sede dell'Istituto Italiano per gli Studi Storici e della Fondazione Biblioteca Benedetto Croce: guardate sopra la porta.

Castel dell'Ovo e il Borgo Marinari. Le grotte dove Niccolò andava a raccogliere gemme si immaginano da qui, guardando l'acqua tra le barche. Il resto lo fa la leggenda.

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