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Palazzo Donn'Anna: la regina che non c'era e gli amanti gettati in mare — Leggende e misteri
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Palazzo Donn'Anna: la regina che non c'era e gli amanti gettati in mare

📍 Leggende e misteri Leggende di Posillipo · dal Seicento a oggi

Fermatevi in largo Sermoneta, dove comincia via Posillipo, verso l'ora in cui le barche rientrano. Davanti a voi c'è un palazzo che ha i piedi nell'acqua e la testa incompiuta: archi che non reggono niente, finestre senza vetri, un portone da cui il mare entra e esce come un inquilino distratto. Per un bambino napoletano dell'Ottocento quel palazzo aveva un solo nome, ed era sbagliato: «della regina Giovanna». Lo racconta Benedetto Croce, che da piccolo lo guardava passando in carrozza lungo la Riviera e ne aveva paura. Ma chi era questa regina? E perché un edificio del Seicento si porta addosso il nome di una sovrana morta due secoli prima che si posasse la prima pietra?

Tre donne per un palazzo

La leggenda di Palazzo Donn'Anna è un gioco di sovrapposizioni, e per raccontarla bene bisogna prima separare le persone. Ci sono due regine Giovanna d'Angiò: la prima, nata verso il 1326, regnò dal 1343 al 1381 e morì nel 1382 nel castello di Muro Lucano; la seconda, nata nel 1371, regnò dal 1414 al 1435. E c'è Anna Carafa, che regina non fu mai e che nacque nel 1610. Nessuna delle due Giovanne mise mai piede in quel palazzo, per la semplice ragione che non esisteva ancora. La tradizione popolare le ha fuse insieme, poi le ha sovrapposte alla padrona di casa vera, e infine ha messo il risultato in un edificio rimasto a metà. È un procedimento tipicamente napoletano: quando la storia lascia un vuoto, qualcuno lo arreda.

La storia vera: un'ereditiera e un viceré

Anna Carafa della Stadera era rimasta l'unica erede di un ramo potentissimo della sua famiglia: principessa di Stigliano, duchessa di Mondragone, signora di Sabbioneta. Nel giugno del 1636 sposò lo spagnolo Ramiro Núñez de Guzmán, duca di Medina de las Torres, e la nomina di lui a viceré di Napoli, arrivata nel novembre 1637, era una condizione del contratto nuziale. Prima di quella nomina la coppia visse mesi difficili, perché il viceré in carica, il conte di Monterrey, non li voleva in città. È lo stesso Medina, in una lunga lettera a Filippo IV studiata da Encarnación Sánchez García, a raccontare come portò moglie e suocera «a Sirena», una casa che Anna aveva a Posillipo, in carrozza con le tendine chiuse, senza ricevere nessuno.

Su quel tratto di costa sorse il nuovo palazzo. La villa cinquecentesca che c'era prima le fonti la chiamano ora villa Bonifacio, ora la Sirena; e la Sirena aveva già un passato letterario, perché Tommaso Costo vi ambientò nel 1596 le novelle del suo Fuggilozio, raccontate da otto cavalieri e dame riuniti lì. Il cronista Domenico Antonio Parrino, alla fine del Seicento, colloca nel 1641 la «gran fabbrica del palagio di Posillipo», con «presso 400 persone» al lavoro e una strada nuova per le carrozze. Il nome legato al progetto è quello di Cosimo Fanzago, ma il Dizionario Biografico Treccani è prudente: i documenti sul cantiere partono dal 1638 e la presenza di Fanzago è attestata solo dal 1643. Il modello, secondo gli studi raccolti nel volume curato da Pietro Belli nel 2017, era il Buen Retiro di Madrid: una residenza di delizie con un vero teatro, dove le compagnie arrivavano in barca. Parrino lo descrive come un luogo per commedie «capacissimo», con stanze da cui le dame potevano ascoltare.

Perché è rimasto a metà

La fine arrivò in pochi mesi. Medina de las Torres lasciò il governo nel 1644 e partì per la Spagna nell'agosto di quell'anno; Anna, incinta, restò nel suo palazzo di Portici. Morì lì il 24 ottobre 1644, a trentaquattro anni, per un'infezione seguita a un parto prematuro. Fu sepolta a Ercolano e più tardi trasferita nella basilica di San Domenico Maggiore. Nessuno riprese i lavori: lo stesso Parrino scrive che l'opera si poteva dire perduta, perché nessuno pensò nemmeno a conservare quel che era già fatto. Poi vennero i danni della rivolta di Masaniello nel 1647 e il terremoto del 1688. Nell'Ottocento il palazzo passò di mano più volte: fabbrica di cristalli nel 1824, albergo intorno al 1870, poi la Banca d'Italia e, nel 1898, l'industriale Louis Genevois. Oggi è diviso in appartamenti e abitato.

La regina dei trabocchetti

Ecco la versione che il popolo raccontava. Croce la ricorda così: tra quelle rovine, gli dicevano, c'erano ancora profonde fosse armate di punte di spada e lame di rasoio, i «trabocchetti» in cui precipitavano gli amanti della regina all'uscire dal suo letto. Le versioni raccolte più di recente aggiungono dettagli: gli amanti sarebbero stati giovani pescatori della costa, uccisi all'alba e gettati in mare, e le loro anime si lamenterebbero ancora nei sotterranei. In un'altra variante, meno cruenta, la regina faceva semplicemente uscire l'amante di turno in barca dalla porta sul mare, quella che ancora oggi si vede dalla spiaggia.

Il dettaglio più rivelatore, però, è un altro. Croce elenca tutti i luoghi a cui il popolo attaccava lo stesso nome: Castel Capuano, i ruderi del «bagno della regina Giovanna» in via Santa Maria della Fede, Poggioreale, una torre tra Portici e Resina, una ad Amalfi, un castello vicino Nocera, un altro «bagno» a Sorrento. E ricorda il modo di dire riservato a una donna dai desideri sfrenati: «È come la regina Giovanna». La regina, insomma, non abitava a Posillipo: abitava ovunque ci fosse un rudero abbastanza cupo da ospitarla.

Quale Giovanna?

Croce si pone la domanda e la risposta è più interessante della leggenda. Di solito si pensava alla prima, accusata di aver voluto la morte del primo marito Andrea d'Ungheria, ucciso in una congiura nel 1345, e sposata poi altre tre volte. Ma gli scrittori napoletani antichi erano indulgenti con lei e durissimi con la seconda: Scipione Mazzella attribuiva proprio a Giovanna II la storia degli amanti fatti uccidere. E nella vita di Giovanna II il sangue non manca davvero: il suo favorito Pandolfello Alopo fu fatto ammazzare dal marito Giacomo de la Marche nel 1415, e un altro favorito, Sergianni Caracciolo, fu ucciso a pugnalate nel 1432 in Castel Capuano su ordine della regina stessa. La conclusione di Croce è che le due immagini si siano sovrapposte fino a formare un unico tipo leggendario. E chiude con una frase che vale come sentenza: nessuno di quei luoghi ha a che fare con lei, «meno di tutti il palazzo di Posilipo, che è invece di Dognanna».

Sulla prima Giovanna, e sull'accusa che non fu mai provata in un processo, trovate il racconto completo in Giovanna I d'Angiò.

La versione di Matilde Serao: la nipote scomparsa

Nel 1895, nelle Leggende napoletane, Matilde Serao lascia perdere la regina e ne inventa, o ne raccoglie, una tutta per Anna. L'attacco è memorabile: «Il bigio palazzo si erge nel mare». Poi una festa: barche addobbate di velluti, paggi, dame, e un teatrino in fondo al salone. Recita anche Donna Mercede de las Torres, nipote spagnola della padrona di casa, nella parte di una schiava che muore per il suo cavaliere; il cavaliere è Gaetano di Casapesenna, che sulla scena finale la copre di baci con troppa verità. Anna, sul suo seggio quasi da trono, impallidisce: quell'uomo era stato suo. Seguono mesi di odio tra le due donne, finché Mercede sparisce. Si dice che sia entrata in convento, ma nessuno sa quale, né in che regno. Gaetano la cerca per mezza Europa e muore giovane in battaglia.

Va detto con chiarezza: di Mercede e di Gaetano non esistono documenti, e la stessa Serao sbaglia il titolo del marito, che chiama duca di Medina Coeli. Lo storico Rosario Villari ha notato che il matrimonio di Anna e Ramiro fu letto in chiave romanzesca e d'intrigo già dalla fine del Seicento. Eppure c'è un dettaglio curioso: Serao ambienta il suo dramma su un palcoscenico, e un teatro nel palazzo c'era davvero. Le commedie, gli attori in barca, le dame alle finestre interne sono storia; la gelosia e la nipote svanita sono leggenda. Il confine passa esattamente lì.

Lumicini nelle sale vuote

Croce mette Palazzo Donn'Anna in testa ai «palazzi degli Spiriti» di Napoli, quelli dove si sentivano rumori e si vedevano apparizioni. Serao, più furba, scrive che ogni tanto sembra di vedere un lumicino passare lentamente nelle sale: forse ladri, forse mendicanti in cerca di un tetto, forse fantasmi. E aggiunge, a nome di tutti i napoletani, «noi li amiamo i fantasmi». Nessuno ha mai documentato un'apparizione, e oggi dietro quelle finestre vivono famiglie. Ma basta guardarlo dal mare, quando il tufo diventa nero, per capire perché la città gli abbia dato una storia: un edificio incompiuto è una domanda lasciata aperta, e Napoli non sopporta le domande senza risposta. Altri luoghi infestati della tradizione sono nell'articolo sui fantasmi di Napoli.

Dove ritrovare oggi questa storia a Napoli

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