
Foto: Yair Haklai · CC BY-SA 4.0 · Wikimedia Commons
La Pignasecca e le gazze scomunicate: la leggenda dietro il nome del mercato
Sono le nove del mattino e la Pignasecca è già al massimo del volume. Il pescivendolo bagna il banco con un secchio d'acqua, il fruttivendolo chiama per nome una signora che non conosce, un motorino passa dove non dovrebbe passare. In tutto questo frastuono c'è una cosa che manca, ed è quella che dà il nome a tutto: l'albero. Pignasecca vuol dire «pigna secca», e in napoletano la pigna è il pino. Ma come fa un mercato a chiamarsi come un albero morto? La risposta ufficiale è banale. Quella che si racconta, invece, ha dentro un vescovo, un anello rubato, uno stormo di gazze e la scomunica più strana della storia di Napoli.
Un pino che non c'è più
La spiegazione più sobria, riportata sia dalla voce di Wikipedia sia da un articolo del Giornale del 2021, parte dal Cinquecento. Quando il viceré don Pedro de Toledo fece tracciare nel 1536 la strada che porta il suo nome, gli orti che occupavano la zona furono spianati. Sopravvisse un solo pino. Col tempo seccò, e il nome rimase al posto dell'albero. È una storia plausibile, e proprio per questo non ha mai convinto nessuno: un quartiere come questo non poteva accontentarsi di un pino morto di vecchiaia.
La leggenda: l'anello, il vescovo, la scomunica
La tradizione vuole invece che qui ci fosse una pineta piena di gazze. Gli uccelli rubavano tutto ciò che luccicava nelle case vicine e lo nascondevano tra i rami. Un giorno una gazza rubò l'anello del vescovo. Il vescovo, e qui la leggenda si fa solenne, scomunicò le gazze una per una. Pochi giorni dopo la pineta seccò, le gazze se ne andarono, e del bosco restò soltanto il nome.
Le varianti sono la parte più bella. In una, raccolta dal Giornale, il vescovo perde l'anello mentre corteggia la perpetua, e la scomunica diventa la vendetta di un uomo colto in fallo da un uccello: versione pettegola, da raccontare a bassa voce. In un'altra, più laica, non c'è nessun vescovo: sono gli abitanti, stanchi dei furti, a cacciare le gazze, e subito dopo il pino comincia a seccare, come se senza di loro non avesse più ragione di vivere.
La versione del 1951: una gazza fulminata
La variante più ricca l'abbiamo trovata in un giornale di settantacinque anni fa. Il 28 maggio 1951 il Giornale di Trieste pubblicò, nella serie sulle leggende della Napoli del Cinquecento, un racconto firmato Maria Pia Sorrentino con un titolo da cronaca nera: la gazza ladra della Pignasecca piombata a terra fulminata. Qui la storia diventa un piccolo romanzo. C'è un cuoco, monzù Gaetano, che lavora negli orti del Biancomangiare accanto al giardino dei Pignatelli; c'è il suo sguattero soprannominato Acen'e fuoco; c'è una cantante, Zeza, a cui spariscono gli anelli dalla toletta. Il ragazzo scopre che una gazza nasconde la refurtiva sui rami di un pino, appesa tra le pigne come ex voto. La polizia si rifiuta di credere che il ladro sia un uccello e arresta lui.
La sorella corre dall'arcivescovo, che tenta una specie di giudizio di Dio: fa attaccare un cartello di scomunica al tronco del pino, contro i veri ladri chiunque siano. E il prodigio arriva subito. Il pino secca e la gazza cade a terra, morta, in una pioggia di pigne. L'albero viene abbattuto, i giardini col tempo scompaiono, e al loro posto nasce il mercato. Attenzione: è un racconto d'autore, con personaggi che non compaiono in nessun documento. Non sappiamo quanto venga dalla tradizione orale e quanto dalla penna di chi lo firmò. Ma conserva due dettagli che ritornano anche altrove, i Pignatelli e il Biancomangiare, e su quelli la storia vera ha qualcosa da dire.
Le gazze, poverine, erano innocenti
Prima di passare alla storia, una difesa d'ufficio. Nel 2014 un gruppo di ricercatori dell'Università di Exeter ha pubblicato su Animal Cognition uno studio intitolato, senza giri di parole, «The thieving magpie?». Hanno messo oggetti luccicanti accanto al cibo di gazze in cattività e in libertà: nel campus, su sessantaquattro prove, gli uccelli hanno toccato un oggetto lucido due volte sole, raccogliendo un anello d'argento e lasciandolo cadere subito. Il più delle volte li evitavano. La fama di ladre, concludono gli studiosi, nasce dal fatto che notiamo solo le volte che confermano quello che crediamo già. Il vescovo della leggenda, insomma, ha scomunicato degli innocenti.
La storia vera: orti, Pignatelli e pellegrini
Che la zona fosse campagna prima di via Toledo è certo: la strada fu aperta nel 1536 lungo le vecchie mura occidentali, e i Quartieri Spagnoli nacquero a monte per alloggiare le truppe. Secondo la voce di Wikipedia l'area apparteneva ai Pignatelli di Monteleone ed era chiamata Biancomangiare, dal nome di un dolce che vi si preparava; il racconto del 1951 descrive lo stesso dolce come una crema di latte, zucchero e farina di riso. Il nome Pignatelli suona curiosamente vicino a «pigna», ma nessuna fonte collega le due parole: è una coincidenza, e come tale la lasciamo.
Un Pignatelli, invece, ha lasciato qui un segno documentato. Fabrizio Pignatelli, cavaliere gerosolimitano, voleva costruire un ostello per i pellegrini e fece erigere la chiesa di Santa Maria Materdomini; morì nel 1577 con l'opera incompiuta, e nel 1582 i suoi beni passarono all'Arciconfraternita della Santissima Trinità dei Pellegrini, nata nel 1578 per iniziativa di sei artigiani napoletani. Dal 1591 l'ospedale ebbe la sua sede definitiva in via Portamedina, ed è ancora lì: l'ospedale dei Pellegrini, sulla piazzetta che porta il nome di Fabrizio. Affacciata su piazza Montesanto c'è Santa Maria di Montesanto, la chiesa dei Carmelitani dove riposano Alessandro Scarlatti e Leonardo Leo. E nei giorni della reazione borbonica seguita al 1848, racconta Luigi Settembrini nelle Ricordanze, i popolani chiusero le strade della piazza della Pignasecca con panche e seggiole.
Il mercato secondo Matilde Serao
Nel 1884, nel Ventre di Napoli, Matilde Serao descrive tutto il quartiere, dal largo della Carità ai Ventaglieri passando per Montesanto, «ostruito da un mercato continuo». Tutto si vende in strada, i marciapiedi sono scomparsi, il tonno sta al sole sui banchi di marmo, l'odore dell'olio fritto si mescola a quello del baccalà in ammollo, e «l'asino è il padrone tranquillo e potente della Pignasecca». Diciotto anni dopo, nel libro La Madonna e i Santi, la stessa Serao torna su questi vicoli con tenerezza: racconta che la gente del popolo chiamava il quartiere «'o sango d''e galline», descrive la festa dell'Addolorata con la cappelluccia addobbata nella piazzetta, rimpiange il mellonaro della Pignasecca che aveva una voce così forte e patetica che la gente accorreva per sentirlo. E ricorda la propria infanzia trascorsa in quell'«immortale rione», con i fuochi di Sant'Antonio a gennaio e la roba buttata dalle finestre per alimentarli.
La Pignasecca oggi
Il Comune elenca la Pignasecca tra i suoi mercati come mercato misto, in largo e via Pignasecca, tutti i giorni. Ci si trovano pesce, frutta e verdura, salumerie, casalinghi, abiti, e soprattutto friggitorie che lavorano per il quartiere prima che per i turisti: è uno dei posti giusti per capire la pizza fritta. Il momento migliore è la mattina; nei giorni prima della vigilia di Natale i banchi del pesce vivono le ore più affollate dell'anno. Del pino della leggenda non resta nulla, se non il nome scritto sulle targhe. Se passate di lì, provate a immaginare quella pineta sopra le vostre teste, con le gazze appollaiate e un cartello inchiodato al tronco: poi abbassate gli occhi sul banco del pesce, e chiedetevi quale delle due scene sia più teatrale.
Dove ritrovare oggi questa storia a Napoli
- Montesanto e la Pignasecca: la storia del quartiere, il nodo dei trasporti e i consigli per attraversarlo.
- Chiesa della Santissima Trinità dei Pellegrini, Santa Maria Materdomini e il Complesso museale dell'Arciconfraternita dei Pellegrini: l'eredità di Fabrizio Pignatelli, a pochi passi dal mercato, con visite su prenotazione.
- Santa Maria di Montesanto: la chiesa dei musicisti, affacciata su piazza Montesanto.
- I mercati di Napoli e i mercati rionali: orari e regole per girarli bene.
- Matilde Serao e il Ventre di Napoli: il libro che fotografò la Pignasecca dell'Ottocento.
- Come arrivare: Linea 2 e Cumana a Montesanto, Linea 1 a Toledo o Dante. La funicolare di Montesanto è chiusa da maggio 2026 per revisione; la sua storia è in la città che imparò a spostare le proprie montagne.