Lo jettatore: storia di un uomo che porta male, da Valletta a Totò
Via Toledo, un pomeriggio qualunque. Un signore passa, saluta, tira dritto. Nessuno dice niente, ma due mani scivolano in tasca a stringere le chiavi, e un dito cerca qualcosa di ferro sulla ringhiera. Non è malocchio, che è uno sguardo carico d'invidia: è qualcosa di più sottile e più napoletano. Quel signore non vuole fare male a nessuno, forse è persino gentile. Semplicemente, si dice, porta male. È uno jettatore, e la cosa più curiosa della sua storia, se si dà retta a Benedetto Croce, è che a costruirla non fu il popolo dei vicoli, ma la buona società colta del Settecento.
Una parola nata in salotto
Del malocchio e del cornicello abbiamo già raccontato in un articolo a parte. Qui ci interessa l'altra faccia della medaglia: la persona. Benedetto Croce, in una nota del 1945 sui «Quaderni della Critica», si fece una domanda precisa: perché a Napoli, negli ultimi decenni del Settecento, si parlò e si scrisse tanto di jettatura? La parola, osservava, prima di allora non compare nella ricchissima letteratura in dialetto, che pure è piena di credenze popolari. La sua risposta è quasi un pettegolezzo: fu un capriccio, una moda della buona società, che ne fece uno dei passatempi del suo ozio, fino a crederci un po' a forza di parlarne.
In quegli anni circolarono poesie, commedie e libretti sull'argomento. Croce ricorda una canzone in ottonari di Cataldo Carducci, un carme latino di Filippo de Martino sulla morte del pappagallo di un alto magistrato, ucciso, si diceva, dalla jettatura di un altro magistrato, e una commedia, «I malocchi», del giurista Giuseppe Pasquale Cirillo, stampata nel 1789, in cui lo jettatore non entra mai in scena eppure gli si dà la colpa di tutto quello che succede. Un personaggio che non si vede e che decide la trama: difficile immaginare un ritratto migliore.
Nicola Valletta, giurista e jettatologo
Il libro che fissò la figura uscì a Napoli nel 1787 e porta un titolo che è già un programma: «Cicalata sul fascino volgarmente detto jettatura». L'autore, Nicola Valletta, nato ad Arienzo e morto a Napoli nel 1814, era un professore di diritto dell'università napoletana, autore di manuali di diritto romano e canonico e di raccolte di canzonette. Nell'introduzione dice di aver scritto quella «tiritera» per ingannare il tempo di una villeggiatura. La dedica è a monsignor Gürtler, confessore della regina, e una premessa intitolata «Piccolo scrupolo» si chiede, ridendo, se la jettatura esista davvero.
La «cicalata» era un genere preciso: un discorso serio in lode di cose che non meritano lode. Valletta lo prende alla lettera e lo divide in tre parti. Nella prima, da storico, raccoglie esempi greci, latini e biblici per dimostrare che tutti i popoli ci hanno creduto. Nella seconda, da filosofo, ne cerca le cause naturali, escludendo diavoli e streghe da buon illuminista: antipatie, effluvi dei corpi, immaginazione. Distingue persino una jettatura «patente», di cui si capisce la causa, da una «occulta». Nella terza parte arriva la pratica: come riconoscere gli jettatori ed evitarli, con la proposta di aprire apposite scuole, che secondo lui sarebbero più utili di tanti nuovi sistemi filosofici.
Il gioiello è in fondo al libro. Valletta elenca le questioni ancora da chiarire e promette un premio di dieci o venti scudi a chi gli porterà notizie utili. Eccone alcune: se porti più sfortuna l'uomo o la donna; se di più chi porta la parrucca; se chi porta gli occhiali; se la donna incinta; se i monaci, e di quale ordine; fino a che distanza arrivi la jettatura; se colpisca di più di lato, di fronte o alle spalle. E annuncia un catalogo di tutti gli jettatori della città e del Regno, divisi per categoria: cavalieri, dame, giudici, avvocati, professori, medici, mercanti. Di quel catalogo, per fortuna di parecchi, non si ha notizia.
Scherzava o ci credeva?
Croce non aveva dubbi: era lo scherzo di un miscredente, o al massimo di uno che pensa, come Amleto, che tra cielo e terra ci siano più cose di quante ne sogni la filosofia. Però notava una nota stonata: Valletta accenna di sfuggita alla morte di una sua bambina in fasce, attribuita al malocchio, e quello non è un argomento da ridere. Qualche anno dopo l'antropologo Ernesto de Martino, in «Sud e magia» (1959), lesse la jettatura in modo più serio: come il segno di un compromesso, il punto in cui l'illuminismo napoletano non riuscì a liberarsi del tutto della paura antica e la travestì da gioco. Due letture diverse dello stesso libro, e tutte e due convincenti: voi da che parte state?
Dopo Valletta la moda continuò. Giovanni Leonardo Marugj pubblicò nel 1815 i «Capricci sulla jettatura», che spiegavano il fenomeno con particelle emanate dal corpo; Antonino Schioppa nel 1830 rispose con un «Antidoto al fascino». In Sicilia Giuseppe Pitrè dedicò nel 1884 uno studio a «La jettatura e il malocchio in Sicilia».
Il russo e la sciabolata
Croce, nella stessa nota, racconta un aneddoto della Napoli dell'Ottocento, senza fare il nome del protagonista. Un gentiluomo di famiglia stimata ma temutissima per la sua fama di jettatore aveva trovato un solo rimedio alle risatine: diventare un ottimo spadaccino e sfidare a duello chi scherzava. Tra il 1840 e il 1850 arriva in città un signore russo. Il giorno stesso sente pronunciare quel nome con terrore, la sera se lo ritrova a cena e si lascia scappare un commento. Il giorno dopo c'è il duello, e al primo scontro il russo prende una sciabolata in testa. Mentre lo medicano, dice al suo avversario che lui alla jettatura non crede, ma che gli sembra un caso piuttosto strano. Non c'è bisogno di aggiungere altro.
Gli scrittori stranieri: Dumas e Gautier
Croce ricorda che la parola si diffuse da Napoli al resto d'Italia e arrivò ai viaggiatori stranieri. Alexandre Dumas raccolse parte di questi aneddoti nel suo racconto di viaggio «Le Corricolo». Théophile Gautier ne fece addirittura un romanzo breve: uscito a puntate nel 1856 su «Le Moniteur universel» con il titolo «Paul d'Aspremont», poi in volume nel 1857 come «Jettatura». Il protagonista è un giovane francese che arriva a Napoli per raggiungere la fidanzata inglese e si accorge, dai gesti della gente, di essere uno jettatore. Gautier descrive i ciondoli di corallo, le manine di lava del Vesuvio e i cornetti appesi alle catenine; la storia finisce in tragedia, con lui che si toglie la vista e scompare in mare.
Pirandello e la patente
Il ritratto più famoso, però, è siciliano. Nella novella «La patente», pubblicata sul «Corriere della Sera» nel 1911, Luigi Pirandello racconta di Rosario Chiàrchiaro, che tutti in paese considerano jettatore e che per questo è stato cacciato dal banco dei pegni dove faceva lo scritturale. Basta che il giudice D'Andrea pronunci il suo nome, e i colleghi stringono le chiavi in tasca, fanno le corna e si attaccano ai portafortuna della catena dell'orologio: «i gobbetti d'argento, i chiodi, i corni di corallo». Chiàrchiaro si presenta dal giudice con barba ispida e grossi occhiali cerchiati d'osso. Non vuole giustizia: vuole il riconoscimento ufficiale, per farsi pagare da chiunque voglia tenerlo lontano. Lui la chiama «la tassa della salute».
Pirandello ne trasse una commedia in un atto, scritta prima in siciliano per l'attore Angelo Musco e andata in scena a Torino nel 1918. Nel 1954 Chiàrchiaro ebbe il volto di Totò, nell'episodio «La patente» del film «Questa è la vita», diretto da Luigi Zampa con la sceneggiatura di Vitaliano Brancati. Per una coincidenza curiosa, «patente» era anche la parola usata da Valletta più di un secolo prima. La versione più affettuosa del tema resta quella di Peppino De Filippo con «Non è vero... ma ci credo». E la storia non è finita: nel 2013 i giornali hanno dato notizia di una condanna per diffamazione, confermata dalla Cassazione, a carico di chi aveva dato pubblicamente dello jettatore a una persona. Chiàrchiaro, in un certo senso, ha avuto ragione.
I rimedi, dai Greci a oggi
I rimedi popolari contro lo jettatore sono soprattutto gesti rapidi e discreti: toccare ferro, stringere le chiavi, fare le corna con la mano in tasca, portare il gobbetto o un chiodo insieme al cornetto. E non pronunciarne il nome, o farlo sottovoce: Croce stesso, nel 1945, raccontando il suo aneddoto preferisce tacerlo. Valletta, da erudito, aveva elencato anche i rimedi antichi: la ruta, la coda di lupo, la cipolla, sputarsi tre volte in seno come nei versi di Teocrito, bagnare con la saliva la fronte e le labbra dei bambini. Nessuno di questi ha un effetto dimostrato; quello che hanno è una storia lunghissima.
Dove ritrovare oggi questa storia a Napoli
Via Toledo e la Galleria Umberto I. Sono le strade del passeggio elegante, il mondo che secondo Croce trasformò la jettatura in una moda. Camminando, provate a contare quante mani vanno in tasca a cercare un portachiavi.
San Gregorio Armeno. Tra i pastori del presepe si trovano i cornetti e, a cercarli bene, anche i gobbetti: un piccolo bazar di contromisure.
Museo Archeologico Nazionale. Gli amuleti romani contro il fascino, il nonno latino della jettatura, sono il punto di partenza di tutto il discorso di Valletta.
Palazzo Filomarino, via Benedetto Croce. È la casa di Croce, che scrisse che la «Cicalata» meritava di essere salvata dall'oblio; la sua biblioteca è oggi consultabile. La «Cicalata» si legge anche gratis online, in un'edizione ottocentesca digitalizzata. Per Totò e Chiàrchiaro, invece, partite da Totò al cinema.