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Raffaele La Capria e «Ferito a morte» — Letteratura napoletana
Blog · Cultura contemporanea · Letteratura

Raffaele La Capria e «Ferito a morte»

📍 Letteratura napoletana 1922-2022 · Premio Strega 1961

Il libro si apre con una spigola che nuota nell'acqua limpida di Palazzo Donn'Anna, e con un ragazzo che la insegue e la manca. È la scena più celebre della letteratura napoletana del Novecento, e vale come metafora di tutto il resto: qualcosa di bellissimo che si tocca con un dito e che sfugge per sempre.

Chi era

Raffaele La Capria nasce a Napoli nel 1922 in una famiglia della borghesia cittadina, e cresce tra Palazzo Donn'Anna, il mare di Posillipo e i circoli nautici — lo stesso mondo che poi racconterà.

Lavora per anni alla Rai, vive tra Roma e Napoli, scrive romanzi, saggi e sceneggiature. Muore nel 2022, a cento anni.

Ferito a morte

Pubblicato nel 1961, vince il Premio Strega lo stesso anno.

Non è un romanzo di trama: è una giornata sola, quella di Massimo De Luca, raccontata attraverso salti di tempo, monologhi interiori e voci sovrapposte, in una prosa che imita il modo in cui la memoria funziona davvero.

Il tema è la bellezza come trappola. Napoli è talmente bella da rendere inutile ogni sforzo: si può stare al sole, nuotare, parlare, rimandare. La città non chiede niente e per questo non lascia crescere nessuno.

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L'armonia perduta

Nel 1986 La Capria torna sul tema in forma saggistica con «L'armonia perduta», che è forse il testo più discusso mai scritto sull'identità napoletana.

La tesi: dopo il fallimento della Repubblica del 1799, quando l'élite illuminista fu giustiziata e il popolo stette dalla parte dei carnefici, Napoli avrebbe perso l'accordo tra le sue parti, sostituendolo con una recita permanente di sé stessa.

È una lettura contestata — molti storici la considerano più letteraria che documentaria — ma ha segnato in profondità il dibattito sulla città, e va conosciuta anche per poterla discutere.

Dove leggerlo

«Ferito a morte» si legge meglio d'estate, possibilmente vicino al mare, e possibilmente a Napoli. Poi si va a vedere Palazzo Donn'Anna dall'acqua, e il libro si chiude da solo.

Insieme a Ortese e a Serao forma il terzetto indispensabile per capire come questa città ha guardato sé stessa nel Novecento: tre sguardi diversi, tutti e tre senza sconti.

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