Benino, la zingara e il pozzo: cosa significano i personaggi del presepe napoletano
Una volta, a Napoli, il presepe non si cominciava a Natale. Si cominciava adesso, nei giorni dopo il 2 novembre, quando i morti erano stati salutati e si poteva tirare giù dall'armadio la scatola con i pastori avvolti nella carta di giornale. Il sughero, la colla, la carta cielo, e poi la domanda che in ogni casa si fa ancora: e questo dove lo mettiamo? Perché nel presepe napoletano nessuno sta lì per caso. Il pastore che dorme sta in disparte, l'osteria di solito è lontana dal Bambino. Dove vedere i grandi presepi storici lo abbiamo raccontato in un'altra guida. Qui proviamo a rispondere a un'altra domanda: che cosa vogliono dire, quelle figure?
Benino, il pastore che sogna tutto
La tradizione napoletana lo dice in un modo che non si dimentica: il presepe è il sogno di Benino. Il pastorello addormentato in disparte sta sognando la grotta, il mercato, la taverna, i Magi in cammino. Guai a svegliarlo, dicono i nonni, perché il presepe sparirebbe.
La cosa curiosa è che nel Vangelo i pastori non dormono affatto. Luca scrive che passavano la notte all'aperto e «vegliavano tutta la notte» per fare la guardia al gregge. Il sonno di Benino viene da un'altra parte, e molto probabilmente dal teatro. Nel 1698 Andrea Perrucci, avvocato palermitano trapiantato a Napoli e autore l'anno dopo di un celebre trattato sull'arte dei comici, pubblicò «Il vero lume tra l'ombre», il testo che, rimaneggiato e arricchito per due secoli, è diventato la Cantata dei pastori. Nelle versioni che si recitano da allora c'è un giovane pastore di nome Benino che si sveglia da sogni inquieti; e c'è Satana che fa calare sui pastori un sonno magico, perché nessuno annunci la nascita, finché una luce li sveglia. Il risveglio come rinascita: è l'interpretazione che si legge più spesso. Ma il dettaglio più bello resta la versione popolare, in cui tutto il presepe esiste solo finché qualcuno lo sogna.
Il vinaio, il pescatore e la lavandaia
Nel presepe napoletano i mestieri non sono solo colore. Il vinaio, secondo la lettura tradizionale, rimanda al vino dell'Eucaristia, insieme al pane del forno. Accanto a lui c'è spesso Cicci Bacco, l'omone sulla botte con il fiasco in mano o alla guida di un carro: il nome dice tutto, è il dio pagano del vino sopravvissuto dentro la festa cristiana. Il pescatore viene letto come pescatore di anime, e il pesce come il più antico simbolo dei cristiani, perché le lettere della parola greca ichthys formano l'acrostico di «Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore». La lavandaia che stende panni bianchissimi, invece, alluderebbe alla purezza della Madonna.
C'è poi una lettura che trasforma il mercato in un calendario: dodici venditori per dodici mesi, dal macellaio di gennaio alle castagne di novembre al pesce di dicembre. Le liste che circolano non coincidono del tutto, segno che si tratta di una tradizione di bottega più che di una regola scritta.
La zingara, Stefania e le figure che nessuno riconosce
La zingara è giovane, vestita di stracci vistosi, e sa leggere il futuro. Il futuro che legge, in questo caso, è terribile: in alcune versioni porta un cesto di arnesi di ferro, e il ferro è quello dei chiodi della croce. In molte altre tiene in braccio un bambino, e allora parla di maternità più che di sventura. C'è chi la considera l'erede delle sibille, le profetesse antiche, e a Napoli la Sibilla Cumana è di casa.
Ancora più nascosta è Stefania. La leggenda racconta che fosse una ragazza non sposata, fermata dagli angeli perché alle nubili non era concesso avvicinarsi alla puerpera. Lei avvolse una pietra nelle fasce, finse di essere madre e il giorno dopo arrivò alla grotta: davanti a Maria la pietra starnutì e diventò un bambino, santo Stefano, che infatti si festeggia il 26 dicembre. È una di quelle storie che non stanno in nessun testo sacro e che si trasmettevano a voce, presepe dopo presepe.
I Magi e la strada del sole
Matteo dice soltanto che alcuni Magi vennero da oriente e offrirono oro, incenso e mirra. Il numero tre lo ha fissato la tradizione a partire dai doni. Nel presepe napoletano arrivano in corteo, con servitori, musici e cavalli, e la lettura simbolica più diffusa li fa coincidere con il viaggio del sole, che parte da oriente come loro e va incontro al «sole bambino» nato nel cuore dell'inverno. In molte scene cavalcano animali diversi, cavallo, dromedario, elefante, che vengono interpretati come i tre continenti allora conosciuti.
Un dettaglio di calendario vale più di tante spiegazioni. Roberto De Simone, il musicista e studioso che al tema ha dedicato «Il presepe popolare napoletano» (Einaudi, 1998), ricordava in un'intervista a doppiozero che il 6 gennaio i Magi venivano rimessi davanti alla grotta in ginocchio, non più a cavallo. Il presepe non era una scena ferma: si muoveva con i giorni.
La taverna e i due compari
Anche qui il Vangelo dà lo spunto: Luca scrive che per Maria e Giuseppe non c'era posto nell'alloggio. Il presepe napoletano trasforma quel rifiuto in una taverna piena di carne appesa, di tavolate, di gente che mangia e non si accorge di niente. La lettura tradizionale ci vede i pericoli del viaggio e le cattiverie del mondo che la nascita viene a illuminare. Nella Cantata dei pastori va oltre: l'oste è un demonio travestito, Belfagor, che vorrebbe cacciare la Sacra Famiglia. Al tavolo siedono spesso zi' Vicienzo e zi' Pascale, i due compari che la tradizione identifica con il Carnevale e la Morte. Si racconta anche che al cimitero delle Fontanelle ci fosse un teschio chiamato la «capa 'e zi' Pascale», interrogato per i numeri del lotto: è un racconto orale, senza documenti, ma dice molto di come morti, presepe e tombola stessero insieme.
Non era l'unico ospite profano. Benedetto Croce, nel suo saggio su Pulcinella del 1899, annotava che la maschera compariva anche nei presepi, non molto lontano dalla grotta.
Il ponte, il pozzo, il fiume
Poi ci sono i luoghi, e sono i più inquietanti. Il ponte viene letto come un passaggio tra il mondo dei vivi e quello dei morti; si dice che alcune favole parlassero di bambini sepolti nelle fondamenta per tenere in piedi le arcate, un motivo che ritorna in molte culture del Mediterraneo. Il fiume è l'acqua della nascita e insieme quella dell'Acheronte. E il pozzo, che collega la superficie alle acque sotterranee, era circondato da paure precise: si raccontava che la notte di Natale non si dovesse attingere acqua, perché poteva contenere spiriti capaci di impossessarsi di chi la beveva.
È su questo lato oscuro che ha insistito De Simone. Per lui pozzi, fontane, mulini e grotte del presepe corrispondevano alle paure degli uomini di un tempo, e la costruzione intera era una discesa verso il mondo di sotto, un labirinto in cui si incontravano i morti. Nel suo libro racconta anche una storia delle Fontanelle: allestita una Natività nella prima grotta del cimitero, ci si accorse che mancava il Bambino, e la notte di Natale dal soffitto si sarebbe staccata una pietra con la sua forma. Una leggenda, naturalmente, ma raccontata da chi l'aveva raccolta dalla voce della gente.
Cosa dicono gli studiosi
Conviene essere onesti: molti di questi significati sono ricostruzioni. Nessuno ha trovato un manuale settecentesco che spieghi perché la zingara porta i chiodi, e le interpretazioni cambiano da una famiglia all'altra e da una bottega all'altra. Gli studiosi si sono divisi più sul metodo che sui simboli. Fausto Nicolini, già nel 1930, vedeva nel presepe un passatempo nato in età barocca e perfezionato da quella rococò, parente delle grandi macchine sceniche delle processioni e degli apparati di festa. De Simone lo leggeva invece come un codice di miti e leggende sedimentato per secoli, legato al tempo dell'anno: si cominciava dopo i morti, la novena degli zampognari accompagnava l'Immacolata, poi quella del Bambino dal 16 al 24 dicembre; dopo Sant'Antonio Abate si toglievano i pastori e nella grotta vuota si mettevano le anime del Purgatorio. E ricordava il legame con la tombola napoletana, i cui numeri richiamavano le figure del presepe. Gli antropologi Marino Niola ed Elisabetta Moro, nel loro libro «Il presepe» (il Mulino), insistono sul popolo come vero protagonista della scena: sacro e quotidiano nello stesso spazio, senza gerarchie.
Dove ritrovare oggi questa storia a Napoli
San Gregorio Armeno. Andate dai pastorai e chiedete di Benino, della zingara o dei due compari: vedrete chi li fa ancora e chi vi guarda come se aveste chiesto un ricambio introvabile. La strada e la sua storia sono nella guida a San Gregorio Armeno, la chiesa nella scheda di San Gregorio Armeno.
La Certosa di San Martino. Il presepe Cuciniello mette in scena la Natività, la taverna e l'annuncio ai pastori: guardatelo con questo articolo in mente. Orari nella scheda della Certosa e Museo di San Martino; come sono fatte le figure lo spiega Il presepe napoletano: un'arte, non una decorazione.
Il cimitero delle Fontanelle. Per il legame tra presepe e mondo dei morti, la scheda delle Fontanelle e il racconto del 2 novembre a Napoli.
La Cantata dei pastori. Benino, Razzullo e Sarchiapone tornano in scena ogni dicembre: date e teatro nella guida ai teatri di Napoli tra novembre e dicembre.