Al centro c'è la Natività, ma occupa un angolo. Tutto intorno si apre una città intera: il macellaio, la lavandaia, i musicanti, l'osteria con i due compari al tavolo, e un pastore che dorme e che — dice la tradizione — sta sognando tutto il resto. Il presepe napoletano non racconta una notte sacra: racconta un mondo, e ci mette dentro il sacro come se fosse la cosa più normale.
Rappresentazioni della Natività esistono a Napoli fin dal Trecento. Ma il salto avviene nel Settecento, sotto Carlo di Borbone, che ne fa una passione personale: il re allestisce presepi a corte, la regina Maria Amalia cuce gli abiti delle figure, e la nobiltà segue l'esempio facendo a gara nelle commissioni.
Da quel momento il presepe smette di essere solo religioso e diventa rappresentazione del mondo.
La struttura è codificata: un'anima di fil di ferro e stoppa che permette di articolare la posa, testa, mani e piedi in terracotta dipinta, occhi di vetro, e abiti in tessuto vero, spesso seta e broccato, cuciti in scala con cura sartoriale.
Le teste erano la parte nobile del lavoro: gli scultori migliori firmavano quelle. Giuseppe Sanmartino, lo stesso del Cristo Velato, è considerato il maggiore autore di teste da presepe.
Qui sta l'aspetto più interessante. Nel presepe napoletano la Natività occupa una porzione minima della scena. Il resto è Napoli del Settecento: la taverna, il mercato, il macellaio, il pescivendolo, il fruttivendolo, il pastore che dorme, i musicanti, il vinaio, la lavandaia.
Ci sono figure con un significato preciso: Benino, il pastore addormentato, che secondo l'interpretazione tradizionale sta sognando l'intero presepe; Cicci Bacco, il vinaio; i due compari al tavolo dell'osteria, che rappresenterebbero Carnevale e Morte.
È un'opera in cui il sacro irrompe nella vita quotidiana senza interromperla — che è, in fondo, il modo in cui Napoli ha sempre trattato la religione.
Il Presepe Cuciniello, alla Certosa di San Martino, è il più importante al mondo: donato nel 1879 dall'architetto Michele Cuciniello, riunisce centinaia di figure settecentesche di autori diversi in un allestimento scenografico monumentale. Vale da solo la salita al Vomero.
Altre figure notevoli si trovano al Museo di Capodimonte e al Palazzo Reale.
La strada delle botteghe è attiva tutto l'anno, non solo a dicembre. Convivono due mondi molto diversi: gli artigiani che lavorano ancora terracotta e tessuto secondo la tradizione, e la produzione in serie di souvenir e statuine satiriche di personaggi dell'attualità.
Per distinguere: una figura artigianale in terracotta ha peso, superficie irregolare, abiti cuciti; una in resina è leggera, liscia e uniforme. E ha un prezzo molto diverso.
Il momento migliore per visitarla è la mattina presto, quando gli artigiani aprono i laboratori e si può parlare con loro.