Una cava di tufo alta come una navata, e dentro migliaia di crani allineati sulle pareti. Alcuni hanno davanti un fiore, una fotografia, una lettera. Per secoli i napoletani sono scesi qui a scegliersi un morto senza nome, a pulirlo, a dargli un nome e a chiedergli protezione. Non c'è altro posto al mondo dove il rapporto tra i vivi e i morti si tocchi con questa naturalezza.
La cava serviva all'estrazione del tufo. Divenne ossario tra il Cinquecento e il Seicento, quando le epidemie — in particolare la peste del 1656 — e le carestie riempirono la città di morti che le chiese non potevano più accogliere.
Nell'Ottocento il parroco Gaetano Barbati fece riordinare i resti, disponendoli come si vedono oggi. Si stima che vi siano i resti di decine di migliaia di persone.
Da quel riordino nacque il culto: un napoletano — quasi sempre una donna — sceglieva un cranio anonimo, lo puliva, lo custodiva, gli costruiva una piccola teca, e in cambio ne chiedeva grazie e protezione. Il morto adottato veniva chiamato «anima pezzentella», cioè anima mendicante, bisognosa di preghiere.
Alcuni crani divennero famosi in tutta la città per la loro presunta efficacia, e hanno ancora oggi nomi e storie.
Nel 1969 l'arcivescovo di Napoli, cardinale Corrado Ursi, vietò ufficialmente il culto, giudicandolo superstizioso e non conforme alla dottrina. Il cimitero fu chiuso.
È stato riaperto al pubblico nel 2010 dopo lunghi lavori. Il culto in senso stretto non è più praticato, ma la devozione informale non è mai del tutto scomparsa: capita ancora di trovare un fiore fresco.
L'ingresso è gratuito. Si trova al rione Sanità, in via Fontanelle. Verifica giorni e orari di apertura, che sono variati più volte negli ultimi anni.
È un luogo che colpisce molto: vale la pena entrarci sapendo che cosa si sta guardando, perché il suo interesse è antropologico prima che macabro.