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Il Vesuvio nelle leggende: giganti, inferno e il santo con il braccio alzato — Leggende e misteri
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Il Vesuvio nelle leggende: giganti, inferno e il santo con il braccio alzato

📍 Leggende e misteri Leggende del vulcano · dal 79 al 1944

Andate al ponte della Maddalena, dove Napoli finisce verso est e cominciano i capannoni. Il fiume che scavalcava, il Sebeto, è sepolto da un pezzo, e il ponte, abbassato a fine Ottocento per far passare i tram, quasi non si riconosce. Eppure lassù c'è ancora lui, san Gennaro di pietra, con il braccio teso verso il Vesuvio come un vigile che ferma il traffico. Non sta benedicendo la città: sta dando un ordine alla montagna. In quel gesto ci sono duemila anni di convivenza con un vicino di casa che nessuno ha scelto, e che è stato di volta in volta monte dei giganti, bocca dell'inferno, avversario dei santi e sorvegliato speciale della scienza. Mettiamo in fila le sue leggende e vediamo quante reggono alle cronache.

Il monte dei giganti

Prima dell'inferno vennero i giganti. Lo storico greco Diodoro Siculo, nel I secolo a.C., racconta che Eracle, arrivato nella pianura di Cuma, dovette affrontare i Giganti, uomini di forza smisurata; quella pianura si chiamava Flegrea, cioè «ardente», per via del monte che un tempo aveva vomitato fuoco come l'Etna e che ora si chiamava Vesuvio. Per Diodoro il fuoco era una cosa del passato: tanto che nel 73 a.C. Spartaco e i suoi gladiatori si erano rifugiati lassù, calandosi poi dalle pareti con scale di tralci di vite, come racconta Plutarco.

Poi venne il 79. Plinio il Giovane, che guardava da Miseno, paragonò la nube a un pino, un tronco altissimo che in cima si apriva in rami: da lui le eruzioni di quel tipo si chiamano ancora «pliniane». Ma è Cassio Dione, che scrive più di un secolo dopo, a riportare in scena i giganti: nella sua Storia romana racconta che si videro aggirarsi sul monte e nelle città figure enormi, più alte di qualunque uomo, che si udì un suono come di trombe e che c'era chi credeva che i Giganti stessero risorgendo. Probabilmente quei giganti sono il modo in cui la memoria antica diede un corpo alle colonne di fumo. E anche la data imparata a scuola, il 24 agosto, vacilla: nel 2018 a Pompei è emersa un'iscrizione a carboncino datata 17 ottobre, e oggi molti studiosi collocano l'eruzione in autunno. Quanto alla favola, che circola in rete, del gigante Vesuvio innamorato di Capri: nelle raccolte classiche del folklore napoletano non ne abbiamo trovato traccia.

La bocca dell'inferno

Il Medioevo cambia registro: le città sepolte e il fuoco che usciva dalla terra spingevano a leggere il Vesuvio come una succursale dell'inferno. Lo storico Emanuele Piazza, in uno studio del 2023 intitolato «Aetnaei ignis imitator», «imitatore del fuoco dell'Etna», segue questa idea nelle fonti da Jordanes a Pier Damiani: la lava diventa una metafora morale, il fuoco che punisce i peccatori. Pier Damiani, monaco riformatore dell'XI secolo, arrivò a sostenere, come ricorda l'antropologa Marzia Mauriello, che ogni volta che nel mondo moriva un malvagio il Vesuvio si accendeva, come uno spettacolo infernale. Un termometro dell'ira di Dio alle porte di Napoli.

Contro un nemico così serviva un protettore all'altezza, e il primo fu un mago. Tra le leggende medievali su Virgilio negromante, Mauriello ricorda quella di un uomo di bronzo capace di fermare la lava alzando il braccio. Di Virgilio mago abbiamo raccontato in L'uovo di Virgilio; qui teniamo a mente il gesto, il braccio alzato verso il monte. Lo ritroveremo, identico, in un santo.

16 dicembre 1631: la città chiama san Gennaro

All'alba del 16 dicembre 1631 il Vesuvio, che dormiva da secoli e sulle cui falde erano cresciuti vigne e paesi, si spaccò. Fu l'eruzione più violenta dopo quella del 79: Portici, Resina (l'attuale Ercolano), Torre del Greco e Torre Annunziata semidistrutte, Ottaviano devastata, circa quattromila vittime accertate e decine di migliaia di profughi verso Napoli. Il 17 dicembre l'arcivescovo, allora il cardinale Francesco Boncompagni, ordinò un'altra processione con le reliquie, che Micco Spadaro dipinse con una folla sterminata.

Qui comincia la leggenda, o il miracolo, a seconda di chi racconta. La tradizione vuole che il corteo arrivasse al ponte della Maddalena, allora l'ingresso orientale della città, che il sangue si sciogliesse e che la lava si fermasse; molti scrittori dell'epoca annotarono che l'eruzione cominciò a calmarsi quando l'immagine del santo fu rivolta al vulcano. La storia aggiunge che la lava in città non arrivò: Napoli ebbe terremoti, cenere e profughi, la distruzione si concentrò sui paesi delle falde e l'eruzione andò avanti fino ai primi di gennaio del 1632.

La gratitudine fu concretissima. Nel 1633 sulla Cappella del Tesoro fu incisa la dedica «Divo Ianuario patriae regnique praesentissimo tutelari grata Neapolis», Napoli riconoscente al suo protettore. Nel 1636 la Deputazione del Tesoro commissionò a Cosimo Fanzago una guglia votiva, finita solo nel 1660: ventiquattro metri di marmo con in cima il santo in bronzo. E il 16 dicembre diventò la terza data dell'anno in cui si attende la liquefazione del sangue, la festa del patrocinio. Più pratico fu il viceré, il conte di Monterrey: a Portici fece murare una lapide latina che si apre con un doppio «Posteri, posteri» e avverte chi verrà di fuggire senza indugio al minimo brontolio del monte. Un piano di evacuazione scolpito quasi quattrocento anni fa.

Il braccio alzato

Le reliquie non funzionavano sempre. Nel 1766 William Hamilton, ambasciatore britannico a Napoli e osservatore ostinato del Vesuvio, scrisse alla Royal Society di una colata che avanzava «nonostante l'opposizione di molte immagini di san Gennaro» sistemate su una casupola. Nell'ottobre 1767 il monte tornò a eruttare, più forte. Fu dopo quella, nel 1768, su insistenza del predicatore padre Gregorio Maria Rocco, che sul ponte della Maddalena fu collocata la statua dell'inizio, su disegno di Francesco Celebrano: il santo con il braccio puntato verso il vulcano perché, dice la tradizione, la lava si era fermata lì vicino. Dal 1731 sul ponte c'era già san Giovanni Nepomuceno, protettore contro le acque: uno contro il fuoco, l'altro contro le piene.

1779, la fontana di fuoco

La sera dell'8 agosto 1779 il Vesuvio offrì lo spettacolo più grandioso del secolo: una fontana di lava che Hamilton, nel «Supplement to the Campi Phlegraei», descrisse come fuoco liquido e trasparente, tra nubi nere attraversate da fulmini e bombe che ricadevano in quella che ancora si chiama Valle dell'Inferno. Poi le eruzioni del 1794, che attraversò Torre del Greco, del 1872 e del 1906 smontarono ogni speranza di un patto definitivo. Intanto era nata un'altra sentinella: nel 1841 Ferdinando II fondò sulle pendici l'Osservatorio Vesuviano, il più antico osservatorio vulcanologico del mondo.

Il pennacchio

Per secoli il Vesuvio ebbe un tratto inconfondibile: il pennacchio, il filo di fumo che usciva dal cratere anche nei periodi di calma. Lo dipingevano i vedutisti, lo vedevano da vicino i turisti che dal 1880 salivano con la funicolare di «Funiculì funiculà» (la storia è in Le funicolari). Poi arrivò il 1944. Napoli era liberata da pochi mesi quando, il 18 marzo, cominciò la fase principale dell'ultima eruzione: la lava distrusse in gran parte Massa di Somma e San Sebastiano, dodicimila persone furono evacuate, i tetti crollati sotto la cenere fecero ventisei morti. Sull'aeroporto vicino a Pompei cenere e lapilli distrussero fra i settanta e gli ottantotto bombardieri B-25 americani, a seconda delle stime, e gli operatori alleati la filmarono: è l'unica eruzione del Vesuvio ripresa mentre accadeva. Quando finì, un tappo di roccia chiuse il condotto e il pennacchio sparì. Ogni cartolina con il fumo in cima è un ritratto d'epoca. Nel 1985 Andy Warhol, invitato dal gallerista Lucio Amelio, dipinse i suoi Vesuvi in eruzione per una mostra a Capodimonte: dal gigante al diavolo, dal santo alla pop art.

Cosa dice la scienza

Il Vesuvio non è spento: è quiescente, dorme con il condotto chiuso, e nessuno sa dire quando si risveglierà. Per questo l'Osservatorio Vesuviano, oggi sezione dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, lo sorveglia giorno e notte misurando terremoti, deformazioni del suolo e gas. Il piano nazionale di emergenza disegna una zona rossa di venticinque comuni con circa settecentomila residenti, compresi San Giovanni a Teduccio, Barra e Ponticelli, dove l'unica difesa prevista è l'evacuazione preventiva. La lezione dei secoli sta tutta in due oggetti: la statua del ponte chiede al monte di fermarsi, la lapide di Portici dice ai posteri di scappare. La scienza ha dato ragione alla lapide. Ma a Napoli nessuno ha mai pensato di togliere la statua.

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