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Le janare: le streghe del noce di Benevento, dai processi alla scopa dietro la porta — Leggende e misteri
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Le janare: le streghe del noce di Benevento, dai processi alla scopa dietro la porta

📍 Leggende e misteri Folklore campano · dal 1428 a oggi

Una mattina, in una masseria dalle parti di Caiazzo, nel Casertano, un contadino entra nella stalla e trova la sua giumenta fradicia di sudore, con la coda intrecciata come i capelli di una sposa. Il giorno dopo succede di nuovo, e quello dopo ancora. Comincia così uno dei racconti popolari campani che lo storico Pasquale Palmieri ha riassunto su «Doppiozero» nel 2023: l'uomo si apposta, a mezzanotte intravede una figura nel buio e la sente recitare una formula che molti, tra Napoli e il Sannio, hanno sentito almeno una volta, magari da una nonna che voleva farli stare buoni: «Sott'acqua e sotto viente, sott' a noce e Beneviente». È una janara, la strega di casa nostra. E se vi è capitato di vedere una scopa messa a testa in su dietro una porta, questa è la storia che c'è dietro.

Un nome con due porte

Da dove venga la parola, nessuno lo sa con certezza. Le due ipotesi più citate, riportate anche da Palmieri, la fanno derivare da Diana, la dea della luna e della notte (la janara sarebbe una «dianara», una sacerdotessa di Diana), oppure dal latino ianua, la porta. La seconda ha un fascino particolare, perché è proprio sulla soglia di casa che la tradizione concentra tutte le difese contro di lei. Ma restano ipotesi: nessun documento antico dice quale sia quella giusta. Di sicuro la parola è vecchia. Nel 1640 un medico di Benevento scriveva che vicino al luogo delle streghe c'era una grotta che ancora ai suoi giorni si chiamava «Ripa delle ianare».

Il medico che scrisse un libro sul noce

Quel medico era Pietro Piperno, beneventano, che sul frontespizio si presenta come filosofo e protomedico. Il suo «Della superstitiosa noce di Benevento», traduzione ampliata di un trattato latino (De nuce maga Beneventana), fu stampato a Napoli nel 1640 da Giacomo Gaffaro, e oggi si legge per intero su Wikisource. Piperno parte dal settimo secolo: Benevento è un ducato longobardo assediato intorno al 667 dall'imperatore bizantino Costante II, e il sacerdote Barbato, poi vescovo, convince la città ad abbandonare gli idoli. Il grande noce venerato dai pagani viene tagliato e sradicato e tra le radici, scrive Piperno, compare un demonio «in forma di horribilissimo Serpente», ucciso con l'acqua benedetta.

Il guaio, per Piperno, è che le streghe al noce continuarono ad andarci lo stesso. Le sue pagine sono piene di casi che lui considera veri e che noi leggiamo come racconti. Cita il giurista Paolo Grillando su un uomo della Sabina che nel 1527 segue di nascosto la moglie fino al convito delle streghe: il cibo è insipido, lui chiede il sale con insistenza e quando finalmente arriva esclama: «Hor lodato sia Dio pure venne questo sale». Al nome di Dio tutto sparisce e lui si ritrova solo, nudo e infreddolito sotto un noce, vicino al fiume Sabato. Poi c'è Lamberto Alutario di Altavilla, gobbo, che di notte si unisce a un ballo di gente che canta «ben venga il Giovedì, e 'l Venerdì» e aggiunge, per scherzo, il sabato e la domenica. Un demonio gli spinge la gobba sul petto, lui grida il nome di Gesù e la festa svanisce. Arriva a casa all'alba e la moglie, non vedendogli più la gobba sulla schiena, non lo vuole far entrare.

La formula che faceva volare

Che il noce fosse famoso molto prima di Piperno lo dice un processo vero. Il 20 marzo 1428, a Todi, fu bruciata Matteuccia di Francesco, guaritrice di Ripabianca accusata di stregoneria; il predicatore Bernardino da Siena aveva tuonato in città contro le streghe due anni prima, e la confessione arrivò quasi certamente sotto tortura. Negli atti, conservati nell'archivio comunale di Todi e pubblicati da Domenico Mammoli, c'è la formula che avrebbe pronunciato prima del volo: «Unguento unguento, mandame a la noce de Benivento», e poi sopra l'acqua, sopra il vento e sopra ogni maltempo. In Umbria, a centinaia di chilometri dal Sabato.

A Napoli e dintorni la formula è sopravvissuta in dialetto. Gaetano Amalfi, che nel 1890 raccolse le tradizioni della penisola sorrentina, annota che il popolo ripete «Sott'acqua e sotta viento / Sott' 'e nuce 'e Veneviento!», e che per prenderla in giro qualcuno ci aggiungeva una rima su maccheroni, aglio e olio. Lo studioso J. B. Andrews, alla fine dell'Ottocento, ne registrò una versione napoletana che chiude con un'invocazione al diavolo: «Lucibello, puòrteme a do' aggi' a i'».

Una donna all'ospedale degli Incurabili

La storia più napoletana di tutte è del 1586. Ippolita Palomba, settant'anni, del Casertano, è ricoverata all'Ospedale degli Incurabili quando le trovano addosso immagini sacre, calamite, chiodi e altri oggetti sospetti. Davanti ai giudici confessa di aver imparato da una conoscente come «andare in janarìa»: spogliata, unta con un unguento maleodorante, portata in groppa a un misterioso volatile fino alla «nuce di Benevento», dove una quarantina di persone ballavano intorno a un principe dei demoni, e dove avrebbe firmato un patto con il proprio sangue. Gli atti sono stati pubblicati dallo storico Giovanni Romeo nel 1990. Palmieri invita a leggerli con cautela: le imputate spesso esageravano le proprie colpe per dare ai giudici quello che si aspettavano e sperare nella clemenza. Nel Regno di Napoli, del resto, la gente si era opposta all'Inquisizione spagnola e i vescovi facevano in parte anche da inquisitori: una repressione che lo stesso Palmieri definisce «talvolta zoppicante».

L'unguento visto da vicino

E l'unguento? Un napoletano provò a vederci chiaro. Giovan Battista Della Porta, nella sua «Magia naturalis» (prima edizione a Napoli nel 1558), dedica un capitolo agli «unguenti delle lamie» e racconta un esperimento: una vecchia, di quelle che il popolo chiamava streghe, promette di portargli presto notizie dal suo viaggio notturno. Fa uscire tutti, si spoglia, si unge e crolla in un sonno profondissimo, mentre i testimoni la osservano dalle fessure della porta. La picchiano e lei non sente nulla. Quando si sveglia racconta di aver attraversato mari e monti; le mostrano i lividi, e lei continua a sostenere la sua versione. Tra gli ingredienti Della Porta elenca piante soporifere come il solano e l'aconito, e conclude che il volo nasce dal sonno e dall'immaginazione. Non dalla magia, insomma, ma dalla botanica.

Scopa, sale e capelli

Intanto, nelle case, la gente si difendeva come poteva. La regola più famosa la riassume Palmieri: le janare entrano dal buco della serratura, ma se trovano dietro la porta una scopa con le setole all'insù devono fermarsi a contarle una per una, e lo stesso succede con un sacchetto di sale, chicco per chicco. Contando arriva l'alba, e la luce del giorno per loro è letale. Nel «Pentamerone sarnese», la raccolta di racconti orali di Sarno pubblicata da Alfredo Carrella nel 2006, ci sono le varianti: la scopa di saggina dietro la porta, oppure dei capelli infilati nella serratura, da togliere e contare prima di entrare. Il sale, del resto, aveva già fatto sparire il banchetto della Sabina nel racconto di Piperno.

Amalfi aggiunge i consigli della penisola sorrentina: tenere ben chiuse porte e finestre la notte, altrimenti la janara entra e storpia i bambini; chi nasce la notte di Natale, o nel giorno della conversione di San Paolo, è strega o stregone, ma si può liberare passandogli sul braccio destro, a forma di croce, un tralcio di vite che brucia. E la treccia nella criniera o nella coda dei cavalli, come nel racconto di Caiazzo, era il segno che di notte qualcuno li aveva cavalcati. Sono le stesse case in cui abitano il munaciello e la bella 'mbriana, e dove contro il malocchio si appende il cornicello: un piccolo mondo di presenze da tenere buone, o da tenere fuori.

Dove ritrovare oggi questa storia a Napoli

L'Ospedale degli Incurabili. È il luogo dove era ricoverata Ippolita Palomba nel 1586. Oggi ospita il Museo delle Arti Sanitarie e la Farmacia degli Incurabili, con i suoi vasi di erbe e medicamenti: guardandoli è difficile non pensare a quanto fosse sottile, allora, il confine tra speziale e fattucchiera.

Il libro di Piperno. Stampato a Napoli nel 1640, si legge gratis su Wikisource: le pagine sul gobbo di Altavilla e sull'uomo che chiedeva il sale valgono da sole la lettura.

Benevento. È fuori città, ma è il finale naturale di questa storia. Lì si trovano lo Spazio Strega, dedicato al liquore giallo della Strega Alberti, azienda nata nel 1860, e al premio letterario che porta il suo nome, l'Hortus Conclusus di Mimmo Paladino, l'Arco di Traiano e il Museo del Sannio. Il noce, invece, non c'è più: già Piperno, nella quarta parte del suo libro, discuteva dove si trovasse e parlava di altri noci nati nel territorio.

A casa vostra. La prossima volta che appoggiate la scopa dietro la porta, mettetela con le setole in su. Male non fa, e se poi passa una janara avrà qualcosa da contare fino all'alba.

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