'O lupo menaro: il lupo mannaro napoletano tra luna piena, notte di Natale e tre colpi alla porta
Bussano. Una volta. La donna dietro la porta non si muove, perché il marito gliel'ha raccomandato prima di uscire: alla prima non aprire, e nemmeno alla seconda. Bussano di nuovo. Lei trattiene il respiro e conta. Solo al terzo colpo potrà tirare il chiavistello, perché solo allora fuori ci sarà di nuovo suo marito e non la bestia in cui si trasforma nelle notti di luna piena. È la scena centrale di un racconto registrato nel 2005 a Episcopio, frazione di Sarno, e pubblicato da Alfredo Carrella nel «Pentamerone sarnese». Nel racconto la moglie si distrae, apre al secondo colpo, e la storia finisce male. Ma prima di arrivare a quella porta conviene fare un passo indietro di quasi duemila anni, perché il primo lupo mannaro della letteratura latina, guarda caso, si racconta in Campania.
Lupo menaro, lupo vermenaro
In napoletano la parola è lupo menaro. La usano Giulio Cesare Cortese nella «Rosa» (1621) e Giambattista Basile nel «Cunto de li cunti», dove un re disperato esclama «so' stato io medesemo lupo menaro de le pecorelle meie». A Sarno si dice lupo vermenaro; dietro c'è il latino lupus hominarius, il lupo-uomo. L'espressione «lupo 'e luna» si sente in giro, ma nei testi del folklore che abbiamo consultato la parola è sempre lupo menaro. La luna, però, c'è sempre: Gaetano Amalfi annotava nel 1890 che nella penisola sorrentina di chi aveva il «mal di luna» si diceva fosse epilettico, e lunatico chi soffriva di alterazioni del cervello secondo le fasi lunari.
Il soldato tra le tombe
Nel «Satyricon» di Petronio, scritto nel primo secolo dopo Cristo, c'è una cena famosa: quella del ricchissimo liberto Trimalcione, in una città greca della Campania che molti studiosi identificano con Pozzuoli. A tavola il liberto Nicerote racconta che, quando era ancora schiavo, approfittò del padrone partito per Capua per andare di notte a trovare Melissa, la donna che amava, in una villa fuori città. Si fa accompagnare da un soldato ospite di casa. Al quinto miglio, tra le tombe che fiancheggiano la strada, la luna «lucebat tamquam meridie», brillava come a mezzogiorno. Il soldato si spoglia, orina in cerchio intorno ai vestiti, diventa lupo e fugge ululando nei boschi; i vestiti si trasformano in pietra.
Alla villa Nicerote scopre che un lupo ha assalito il bestiame e che un servo lo ha trafitto al collo con una lancia. Tornato a casa trova il soldato a letto, con un medico che gli cura il collo. E capisce: è un versipellis, uno che cambia pelle. Tenete a mente quella ferita, perché diciannove secoli dopo, nelle campagne del Sud, il sangue sarà ancora la chiave di tutta la storia.
La malattia che i napoletani chiamavano lupo menaro
Nel 1624 a Napoli esce «Dell'elixir vitae» di Donato d'Eremita, un trattato di farmacia con un piccolo dizionario delle malattie in fondo. Alla voce licantropia si legge una descrizione da brivido: è una specie di malinconia per cui chi ne soffre si alza di notte, va di qua e di là dando voci e ululati di lupo e, finché non si fa giorno, se ne sta a giacere vicino o dentro ai sepolcri. E chiude così: «volgarmente da Napolitani lupo menaro è nominato». Medici e popolo, insomma, parlavano della stessa cosa con parole diverse: per i primi una malattia della mente, per i secondi un destino.
Due secoli dopo il teatro napoletano ci costruisce sopra una commedia. «Il licantropo volgarmente detto lupo menaro», di Francesco De Petris, stampata a Napoli nel 1830 con Pulcinella tra i personaggi, sposa la versione dei medici: i licantropi sono uomini da compatire, consumati da una «forte ipocondria». E c'è un dettaglio da romanzo: nella stessa commedia un malvivente si finge lupo mannaro, perché sa che quando si sentono quegli ululati tutti chiudono le finestre e le strade si svuotano.
Chi nasce la notte di Natale
Ma chi diventa lupo mannaro? Qui la tradizione del Mezzogiorno è sorprendentemente concorde: chi nasce la notte di Natale. Gennaro Finamore, che nel 1890 raccolse le credenze dell'Abruzzo, allora terra del vecchio Regno di Napoli, riporta il detto dell'Aquilano: chi nasce la notte di Natale, se è maschio è stregone o «lope menare», se è femmina è strega. A Vasto si precisava che il destino toccava a chi era concepito a mezzanotte dell'Annunziata, il 25 marzo, e nasceva a mezzanotte di Natale. Il periodico napoletano di folklore «Giambattista Basile», negli anni Ottanta dell'Ottocento, segnalava un articolo di Gennaro de Francesco: a Campochiaro e in altri paesi del Sannio si credeva che i figli concepiti nella notte della vigilia di Natale diventassero «infallibilmente» licantropi.
Nel racconto di Sarno il bambino nasce nello stesso istante di Gesù, e la madre avrebbe voluto evitarlo, senza riuscirci. Carrella ricorda anche il tabù che ne discende, fissato in un proverbio: all'Annunziata «manco 'a vòccola vota ll'ova», nemmeno la chioccia cova le uova. Perché proprio Natale? Una spiegazione scritta nelle fonti non c'è. L'idea più semplice è che nascere nell'ora riservata a Cristo fosse come rubargli il posto, ma è un'interpretazione, non un documento.
Tre colpi alla porta
Torniamo alla porta. Nel racconto di Sarno l'uomo è normale tutto l'anno; con la luna piena del periodo natalizio esce a mezzanotte, si copre di peli neri, lancia pietre, ulula come un lupo di montagna e bussa alle porte di tutti, finché sfinito si accascia vicino a un muro. Alla moglie raccomanda di aprirgli solo al terzo colpo. La stessa regola la troviamo in Sicilia: Giuseppe Pitrè scrive nel 1889 che a Francofonte, quando un lupo mannaro ha bussato due volte, alla terza gli si deve aprire, perché è guarito e non può più fare del male. Carrella riporta dallo studioso Franco Salerno una variante avellinese ancora più inquietante: la moglie doveva guardare dal buco della serratura l'indice del marito e aprire solo se era senza peli. E per chi lo incontrava per strada c'erano regole pratiche, ripetute dalla Sicilia alla Campania: salire su una scala, perché il lupo mannaro non va oltre il terzo gradino, oppure farsi il segno della croce.
La cura col sangue
E se il lupo mannaro vi sbarra la strada? Bastonarlo non serve. Secondo Pitrè ci vuole una puntura sulla fronte o sul capo, che faccia uscire un po' di sangue: allo schizzare di quel sangue, nero e coagulato, l'uomo guarisce all'istante. Chi ha il coraggio di farlo diventa suo «compare di San Giovanni», un legame sacro quanto quello del battesimo. La stessa idea è in Finamore: chiunque, con il fuoco o con un po' di sangue, può liberare chi è nato in mal punto, e da quel momento è il suo compare di San Giovanni. A Ortona, se un bambino nasceva a mezzanotte in punto di Natale, la levatrice gli pungeva un orecchio per farne uscire nove gocce di sangue, e il destino era evitato. È la ferita del soldato di Petronio, rovesciata: lì il sangue smascherava il lupo, qui lo restituisce uomo.
Dove ritrovare oggi questa storia a Napoli
Pozzuoli e i Campi Flegrei. Se la cena di Trimalcione si svolgeva davvero a Pozzuoli, come pensano in molti, il primo lupo mannaro della letteratura latina è nato lì, tra le tombe lungo una strada romana. Un buon pretesto per i Campi Flegrei.
Le Catacombe e le Fontanelle. Il licantropo descritto da Donato d'Eremita passava le notti accanto ai sepolcri. Le Catacombe di San Gennaro e il Cimitero delle Fontanelle raccontano quanto i morti fossero vicini alla vita quotidiana dei napoletani, e quindi anche alle loro paure.
Il presepe. Carrella legge nei soldati di Erode del presepe popolare un'eco del lupo mannaro: è la sua interpretazione, ma passeggiando per San Gregorio Armeno viene voglia di cercarli tra i pastori.
La notte di Natale. La stessa notte in cui le famiglie napoletane giocano a tombola era, per i nostri bisnonni, la notte più pericolosa per nascere. Se qualcuno a tavola compie gli anni il 25 dicembre, ora sapete che domanda fargli.