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«Fenesta ca lucive»: la canzone della finestra spenta e le altre nate da una storia — Leggende e misteri
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«Fenesta ca lucive»: la canzone della finestra spenta e le altre nate da una storia

📍 Leggende e misteri Canzone napoletana · dal Cinquecento al dopoguerra

Vi sarà capitato di passare di sera sotto una finestra che conoscete e trovarla buia. Un attimo di niente, un pensiero storto. «Fenesta ca lucive» è tutta in quell'attimo, solo che va fino in fondo. Un uomo passa sotto la finestra della sua ragazza, che prima era illuminata e ora è spenta; pensa che sia malata; si affaccia la sorella e gli dice che è morta ed è già sepolta. Da lì la canzone scende dove nessuna canzonetta osa: la bara aperta, il ricordo di quella bocca e la realtà della morte, la preghiera al prete di tenere sempre accesa una candela sulla tomba, l'addio alla finestra che resterà chiusa. È una delle canzoni più cupe del repertorio napoletano. Ed è anche quella con più padri, nessuno dei quali ha mai firmato davvero.

Chi l'ha scritta: tre nomi e nessuna firma sicura

Partiamo da quello che è documentato. La canzone esce a Napoli all'inizio degli anni Quaranta dell'Ottocento (le fonti oscillano tra il 1841 e il 1842) per le edizioni Girard, la casa musicale di cui era l'anima Guglielmo Cottrau, parigino trapiantato a Napoli, nato nel 1797 e morto nel 1847. Nel catalogo della biblioteca musicale IMSLP il pezzo figura al numero 77 dei suoi «Passatempi musicali», con una data di composizione, l'11 agosto 1840, e una descrizione precisa: melodia tradizionale napoletana della metà del Seicento, trascritta e arrangiata da Cottrau. Lui stesso, del resto, nel catalogo Girard del 1831 si era presentato così: «Je ne suis que l'arrangeur de ces chansons», io sono soltanto l'arrangiatore di queste canzoni.

Il testo è attribuito a Giulio Genoino, poeta e librettista napoletano; nel 1854 l'editore Mariano Paolella lo ripubblicò con due strofe in più. E qui la faccenda si complica. Il Dizionario Biografico degli Italiani della Treccani, nella voce su Cottrau firmata da Raoul Meloncelli, definisce l'attribuzione incerta: ricorda che lo studioso Ettore De Mura la assegnava a Cottrau con riserve sul testo, che lo stesso testo fu usato nel 1844 da Francesco Florimo con una musica diversa, in un pezzo intitolato «La montanina», e che la melodia mostra l'influsso della «Sonnambula» di Bellini, soprattutto dell'aria finale.

Il fantasma di Bellini

Ecco il terzo padre, il più illustre e il più improbabile. Da generazioni si dice che «Fenesta ca lucive» sia di Vincenzo Bellini, e qualche sito lo scrive ancora come fosse certo. Bellini a Napoli c'era stato davvero: arrivò dalla Sicilia nel 1819 per studiare al Real Collegio di musica di San Sebastiano, e qui scrisse le sue prime cose. Ma morì a Puteaux, vicino Parigi, il 23 settembre 1835, sei o sette anni prima della prima edizione, e nessun documento lo collega alla canzone. L'attribuzione nasce quasi certamente dalla somiglianza della melodia con «Ah! non credea mirarti», l'aria finale della «Sonnambula» (1831). Una nota della voce di Wikipedia la definisce «del tutto arbitraria».

Sopra la leggenda ne è cresciuta un'altra: che le ultime strofe le avesse scritte Bellini per Maddalena Fumaroli, la ragazza napoletana a cui da studente dedicò la romanza «Dolente immagine». Anche qui, nessuna prova. Il rapporto, semmai, è rovesciato: non è Bellini che ha scritto una canzone popolare, ma forse è la canzone, nel suo arrangiamento ottocentesco, ad aver preso qualcosa da Bellini. C'è un dettaglio che rende tutto più verosimile: Florimo, quello della «Montanina», era stato il compagno di studi e l'amico di una vita del compositore. Il mondo musicale napoletano di allora era piccolo, e le melodie passavano di mano in mano senza troppi scrupoli di firma.

La baronessa di Carini

E la leggenda vera e propria? La tradizione orale lega «Fenesta ca lucive» a un fatto di sangue siciliano. Il 4 dicembre 1563, nel castello di Carini, vicino Palermo, fu uccisa Laura Lanza di Trabia, la baronessa: era stata data in sposa a quattordici anni a Vincenzo La Grua-Talamanca, e secondo la tradizione il padre, Cesare Lanza, la sorprese con l'amante, Ludovico Vernagallo, e li uccise o li fece uccidere entrambi. La morte è documentata dall'atto ritrovato nei registri della parrocchia. Attorno al delitto nacque un poemetto in siciliano, tramandato dai cantastorie; nel 1873 il folclorista Salvatore Salomone Marino ne pubblicò una versione ricostruita che gli studi successivi hanno giudicato in gran parte un rifacimento ottocentesco. Nel castello, si raccontava, era rimasta sul muro l'impronta di una mano insanguinata, raschiata via solo nel Novecento.

Secondo una tradizione ripresa da molti, il testo napoletano deriverebbe da quel poemetto, attribuito a un poeta cinquecentesco di nome Matteo di Ganci. Va detto con chiarezza: è una tradizione, non una filiazione dimostrata. Nella canzone napoletana non c'è nessun delitto, la ragazza muore di malattia; il punto di contatto è il tema della finestra e della donna che non si affaccerà più. Più che una parentela, è un'aria di famiglia, quella che le canzoni del Sud si scambiavano da secoli.

Di sicuro la canzone è uscita presto dalle mani di chiunque l'avesse scritta. L'hanno cantata tenori come Caruso e Mario Lanza; Pier Paolo Pasolini l'ha messa in «Accattone» e nel «Decameron»; nell'«Oro di Napoli» la canta Vittorio De Sica durante una partita a carte. Una canzone che nessuno possiede è una canzone di tutti.

Altre canzoni con una storia dentro

«Michelemmà». Canzone anonima del Seicento, per molto tempo attribuita al pittore Salvator Rosa: un'attribuzione che si regge su falsi, a cominciare da un volume di musiche «inedite» che una pronipote del pittore vendette nel 1770 al musicologo inglese Charles Burney. Di certo c'è che la pubblicò Cottrau nei «Passatempi musicali». Che parli di Ischia, l'isola esposta alle incursioni turche, è l'ipotesi più diffusa; la storia della ragazza ischitana che si toglie la vita dopo una violenza dei saraceni viene invece dal film «Carosello napoletano» (1954) e non ha riscontro nel folklore.

«Funiculì funiculà». Qui la storia è vera e allegra: nel 1880 il giornalista Peppino Turco e il compositore Luigi Denza la scrissero per la funicolare che saliva sul Vesuvio. Qualche anno dopo Richard Strauss, in viaggio in Italia, la sentì, la credette un canto popolare e la mise nel finale del suo poema sinfonico «Aus Italien»; Denza gli fece causa e vinse. Degli impianti si parla in Le funicolari.

«Marechiare». Versi di Salvatore Di Giacomo, musica di Francesco Paolo Tosti, pubblicata nel 1886. Gira la storia che il poeta l'avesse scritta senza aver mai visto Marechiaro, immaginando la finestra con il garofano; lo stesso Di Giacomo, in un articolo sul «Corriere di Napoli» del 1894, raccontò invece di un oste del borgo che giurava di averlo visto comporla lì, a tavola. Due versioni, nessuna prova. La finestrella, intanto, c'è, e sotto ha una lapide di marmo del 1922 con la musica della canzone: di Di Giacomo trovate il ritratto in Salvatore Di Giacomo.

«Core 'ngrato». Del 1911, versi di Riccardo Cordiferro (Alessandro Sisca) e musica di Salvatore Cardillo, emigrati a New York: è la prima canzone napoletana di successo nata in America. Si dice che parli dell'amore finito tra Enrico Caruso, che la incise, e la cantante Ada Giachetti: una diceria mai documentata.

«Munasterio 'e Santa Chiara». Del 1945, di Michele Galdieri e Alberto Barberis: un emigrante vorrebbe tornare a Napoli ma ha paura di trovarla distrutta. Il fatto vero dietro c'è, ed è il bombardamento del 4 agosto 1943 che incendiò la Basilica di Santa Chiara.

«Tammurriata nera». Scritta alla fine del 1944 da Edoardo Nicolardi e E. A. Mario. Secondo il racconto della figlia di E. A. Mario, riportato dalla studiosa Vincenza Perilli, lo spunto venne a Nicolardi, direttore amministrativo dell'ospedale Loreto Mare, da una nascita a cui assistette: una giovane napoletana che partorì un bambino nero, nella città occupata dalle truppe alleate. Perilli ne propone una lettura critica, legata ai pregiudizi razziali del dopoguerra; la versione più nota è quella della Nuova Compagnia di Canto Popolare, del 1974. E un'altra attribuzione mai dimostrata, quella di «Te voglio bene assaje» a Donizetti, la trovate in La canzone classica napoletana.

Dove ritrovare oggi questa storia a Napoli

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