Aveva diciannove anni quando scese dalla Bergamasca e vide per la prima volta il golfo. Non sarebbe più ripartito. Per settant'anni Cosimo Fanzago ha tagliato, incastrato e lucidato marmi di ogni colore finché le chiese di Napoli non hanno smesso di sembrare costruite e hanno cominciato a sembrare ricamate.
Cosimo Fanzago nasce a Clusone, vicino Bergamo, nel 1591, e arriva a Napoli intorno al 1608 come scultore. Ci resterà tutta la vita, morendo nel 1678, e diventerà l'artista più influente della città nel Seicento.
Lavora come architetto, scultore, decoratore e progettista d'arredo: una figura totale, capace di controllare l'intero aspetto di uno spazio.
La sua invenzione più caratteristica è la tecnica del marmo commesso: lastre di marmi di colori diversi — giallo di Siena, verde antico, breccia, bardiglio, madreperla — tagliate e incastrate a formare disegni, volute, motivi floreali.
Il risultato è una superficie che sembra intarsiata come un mobile prezioso ma è tutta in pietra. È il tratto che distingue immediatamente un interno barocco napoletano da uno romano.
Il suo capolavoro è la Certosa di San Martino, al Vomero, dove lavora per decenni. Il chiostro grande, con i suoi porticati e il piccolo cimitero dei certosini circondato da una balaustra con teschi scolpiti, è forse lo spazio più perfetto del barocco napoletano: monumentale e insieme silenzioso.
Sua è anche gran parte della decorazione della chiesa, con marmi che coprono ogni superficie senza mai risultare confusi.
La Guglia di San Gennaro (1631), eretta come ex voto dopo l'eruzione del Vesuvio di quell'anno. Il Palazzo Donn'Anna a Posillipo, rimasto incompiuto e ancora oggi uno degli edifici più suggestivi della costa. La chiesa di Santa Maria Egiziaca a Pizzofalcone. La Cappella del Tesoro di San Gennaro nel Duomo, dove intervenne insieme ad altri.
La sua mano si riconosce in decine di chiese del centro storico.
Le fonti lo descrivono come uomo difficile, litigioso, coinvolto in dispute continue con committenti e collaboratori. Fu accusato di ritardi e di aver abbandonato cantieri.
È un tratto che ricorre nelle biografie degli artisti napoletani del Seicento — un ambiente competitivo e a volte violento, in cui la rivalità tra botteghe poteva superare i limiti del confronto professionale.
Se entri in una chiesa napoletana e vedi altari con intarsi marmorei policromi dal disegno mosso, volute che sembrano tessuto, e capitelli con figure grottesche o mascheroni, quasi certamente stai guardando Fanzago o un suo allievo.