Alcune storie di Napoli sono leggende con un fondo di verità incerto. Questa è il contrario: un fatto di cronaca giudiziaria documentato in modo minuzioso, con testimonianze verbali raccolte all'epoca, attorno al quale nei secoli è cresciuta una tradizione di fantasmi. Va raccontata separando le due cose con chiarezza, perché è esattamente il caso in cui confonderle sarebbe più facile e più sbagliato.
Maria d'Avalos nacque a Napoli nel 1562, figlia di una delle famiglie più prestigiose del Regno. Si sposò la prima volta a tredici anni con Federico Carafa; rimase vedova nel 1581, si risposò nel 1583 con Alfonso Gioieni, rimase vedova di nuovo nel 1585. Si sposò una terza volta con Carlo Gesualdo, principe di Venosa e compositore — oggi considerato uno dei musicisti più radicali e sperimentali del suo secolo.
Nella notte fra il 16 e il 17 ottobre 1590, nel palazzo di famiglia dei Gesualdo — lo stesso edificio che i di Sangro avrebbero poi trasformato in quello che oggi conosciamo come Palazzo e Cappella Sansevero — Carlo Gesualdo uccise Maria e il suo amante, Fabrizio Carafa, duca d'Andria, sorprendendoli insieme. La ricostruzione arriva da testimonianze dei servitori di casa, verbalizzate all'epoca e conservate: un maggiordomo racconta di aver visto il principe armarsi di daga, pugnale e archibugio, e di averlo sentito dire, salendo le scale, che andava a uccidere il duca «e quella bagascia di Donna Maria».
Nel Regno di Napoli del Cinquecento l'omicidio della moglie adultera e del suo amante, commesso dal marito in flagranza, era considerato un delitto d'onore e non veniva perseguito come reato comune. Carlo Gesualdo non subì alcun processo per l'accaduto. Va detto senza ambiguità: questo non rende l'omicidio meno grave — dice soltanto quanto fosse diverso, allora, il modo in cui la legge trattava la vita di una donna sospettata di infedeltà.
Gesualdo, dopo il delitto, produsse alcuni dei madrigali più cupi e armonicamente estremi del suo tempo — pagine che musicologi di oggi leggono ancora studiando quanto la sua scrittura, negli anni successivi, si sia fatta più dissonante e più inquieta. Che quella musica sia una diretta confessione psicologica è un'interpretazione, non un fatto provabile: va detto per onestà, anche se la tentazione di leggerla così è comprensibile.
Attorno al palazzo dove morì Maria è cresciuta, nei secoli, la tradizione di una presenza che si manifesterebbe di notte — la stessa tradizione che a Napoli accompagna diversi luoghi legati a morti violente, come i fantasmi di Napoli raccontati altrove su questo sito. Non ci sono prove di nessun tipo a sostegno, ed è bene dirlo con la stessa chiarezza con cui si sono raccontati i fatti sopra: qui la parte documentata è l'omicidio, non quello che sarebbe successo dopo.
Il complesso dove tutto accadde è oggi celebre per un'altra ragione: il principe Raimondo di Sangro lo trasformò nel secolo successivo nella cappella che custodisce il Cristo Velato, una delle opere più visitate di Napoli. Chi entra oggi a vedere il velo scolpito nel marmo raramente sa che due secoli prima, in quello stesso luogo, si era consumato uno dei fatti di sangue più documentati del Rinascimento napoletano — e la storia del principe che rese quel palazzo famoso per l'arte, non per il sangue, è raccontata in Raimondo di Sangro, il principe alchimista.