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Salvatore Di Giacomo — Letteratura
Blog · Cultura contemporanea · Letteratura

Salvatore Di Giacomo

📍 Letteratura 1860-1934 · il poeta che raccontò l'anima popolare di Napoli

Salvatore Di Giacomo nacque a Napoli nel 1860 e resta, insieme a Giambattista Basile, una delle voci più importanti mai espresse dalla lingua napoletana in letteratura — ma a differenza del barocco cinquecentesco di Basile, Di Giacomo scrisse a cavallo tra Ottocento e Novecento, in un'epoca di grandi trasformazioni sociali per Napoli, e la sua opera riflette pienamente questo passaggio: una città che usciva dal Regno delle Due Sicilie per entrare nell'Italia unita, con tutte le contraddizioni sociali che questo processo comportò per le classi più povere della popolazione.

Formatosi inizialmente come studente di medicina — abbandonata poi per dedicarsi interamente alla scrittura — Di Giacomo costruì una carriera su più fronti che raramente si trovano riuniti nello stesso autore: fu poeta in dialetto napoletano, drammaturgo, giornalista, ma anche storico e archivista serio, arrivando a dirigere per anni la biblioteca del Museo di San Martino e a ricoprire incarichi presso gli archivi storici cittadini, un ruolo che gli permise un accesso diretto a documenti, cronache giudiziarie e fonti storiche di prima mano sulla vita popolare e talvolta criminale della Napoli dei secoli precedenti.

È soprattutto come poeta che Di Giacomo raggiunse la fama più duratura: molte delle sue liriche in dialetto napoletano, musicate da compositori dell'epoca, sono diventate canzoni entrate stabilmente nel repertorio della canzone classica napoletana, cantate e reinterpretate per oltre un secolo. «Marechiare», musicata da Francesco Paolo Tosti, resta forse l'esempio più celebre: un testo che, partendo dalla descrizione di un piccolo borgo di pescatori alle pendici di Posillipo, costruisce un'immagine di Napoli fatta di mare, finestre illuminate e amori popolari che è diventata parte dell'immaginario internazionale della città quanto «'O sole mio».

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Accanto alla produzione poetica, Di Giacomo sviluppò anche una vena narrativa e teatrale di stampo verista, in linea con le correnti letterarie europee del proprio tempo: i suoi racconti e drammi si concentrano spesso su figure ai margini della società napoletana — prostitute, piccoli criminali, pescatori, popolane — restituite senza il filtro moralistico o pittoresco che caratterizzava buona parte della produzione «napoletanista» dell'epoca, quella che riduceva la città a cartolina folkloristica. Il suo dramma «'O voto» e la raccolta «Nu ffuoco 'e paglia» sono tra gli esempi più noti di questa vena più cruda e realistica.

Il lavoro di Di Giacomo come storico e archivista lo portò anche a occuparsi seriamente della documentazione delle tradizioni popolari, delle superstizioni e del folklore cittadino — lo stesso terreno culturale da cui nascono figure come il munaciello o le pratiche scaramantiche legate al malocchio — contribuendo, insieme ad altri intellettuali napoletani del suo tempo, a preservare in forma scritta un patrimonio orale che altrimenti avrebbe rischiato di disperdersi con la modernizzazione della città tra Otto e Novecento.

Di Giacomo morì a Napoli nel 1934, dopo una vita interamente dedicata al racconto della propria città in tutte le sue forme: dalla lirica più intima e musicale alla cronaca sociale più cruda, dalla ricerca storica d'archivio alla scrittura teatrale. Ancora oggi il suo nome è legato indissolubilmente ai luoghi che i suoi versi hanno reso celebri — Marechiaro su tutti, dove una targa e una tradizione locale ricordano ancora i versi della sua canzone più famosa — a testimonianza di come la sua opera abbia saputo fondersi con la geografia stessa della città, diventando parte del modo in cui Napoli stessa racconta se stessa.

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