C'è un angolo di Napoli dove il Palazzo Reale, il Teatro di San Carlo, la Galleria Umberto I e un caffè si guardano da quattro lati della stessa piazza. Non è un caso urbanistico: è il centro del potere, dello spettacolo e della conversazione, messi a distanza di sguardo.
Il caffè è il Gran Caffè Gambrinus, aperto nel 1860 — l'anno in cui il Regno finiva e l'Italia cominciava.
Nel mezzo secolo fra l'Unità e la Grande Guerra, il Gambrinus fu quello che oggi chiameremmo un luogo di scena: ci passavano scrittori, giornalisti, musicisti, politici e viaggiatori stranieri, e la lista dei nomi che la tradizione associa a quei tavolini è lunga — Gabriele D'Annunzio, Oscar Wilde, Guy de Maupassant, e più tardi Jean-Paul Sartre.
Su questo punto conviene essere precisi, perché la letteratura di questi luoghi tende a gonfiarsi: che il caffè fosse frequentato da intellettuali è documentato; l'aneddoto singolo su chi disse cosa a quale tavolino è tradizione, e va preso come tale. La differenza non è pedanteria — è quello che distingue una storia da una brochure.
La più bella di queste tradizioni riguarda D'Annunzio, di cui si racconta che proprio qui abbia scritto, per scommessa, i versi di una canzone napoletana destinata a diventare celebre. Bella storia. Non dimostrabile.
Il pezzo di storia che quasi nessuno racconta è questo: negli anni Trenta il Gambrinus venne chiuso, e non per ragioni commerciali. Un caffè in cui si discuteva liberamente, a due passi dal potere, era esattamente il tipo di luogo che un regime non ama. I locali furono in parte requisiti e destinati ad altro.
Riaprì decenni dopo, ed è di nuovo quello che era. Ma la vicenda dice una cosa che vale per tutti i caffè storici d'Europa: non erano posti dove si beveva. Erano posti dove ci si parlava, e per questo qualcuno ha ritenuto necessario spegnerli.
Il Gambrinus è bello davvero — stucchi, specchi, sale ottocentesche — e va visto. Ma è anche uno dei locali più turistici della città, e la differenza di prezzo fra il banco e il tavolino è notevole: al banco si paga come in qualunque bar, al tavolo si paga il servizio e la sala. Non è una truffa, è il funzionamento normale dei caffè storici europei, ma è meglio saperlo prima.
Il rito napoletano del caffè, con le sue regole precise e le sue trappole per i forestieri, è raccontato in perché a Napoli il caffè si fa così. E la scheda con orari e indicazioni sta in Gran Caffè Gambrinus.
Tutto, ed è il motivo per cui questo angolo funziona ancora. Il Palazzo Reale e il San Carlo sono a venti metri; la Galleria è dall'altra parte della strada; via Toledo comincia lì e sale verso i Quartieri Spagnoli. Mezza giornata di Napoli si fa senza mai allontanarsi di trecento metri da questo tavolino.