Per fare il teatro comico napoletano bisognò prima uccidere Pulcinella. Lo fece un attore che tolse la maschera, si mise una giacca borghese e inventò un ometto goffo e dignitoso che voleva sembrare più di quello che era — cioè, in fondo, tutti noi. I puristi non glielo perdonarono mai. Il pubblico non smise più di ridere.
Quando Scarpetta comincia a recitare, negli anni Settanta dell'Ottocento, il teatro napoletano è ancora dominato da Pulcinella, la maschera della commedia dell'arte: improvvisazione, canovaccio, tipi fissi.
Scarpetta fa una scelta radicale: abbandona la maschera e crea un personaggio borghese, Felice Sciosciammocca — piccolo borghese ingenuo, sempre in bilico tra dignità e disastro. Con lui il teatro napoletano passa dall'improvvisazione al copione scritto, dalla piazza al palcoscenico all'italiana.
Non fu una transizione indolore: i sostenitori della tradizione lo accusarono di aver ucciso Pulcinella.
La sua commedia più celebre, del 1887, è ancora oggi il testo comico napoletano più rappresentato. La vicenda — due famiglie squattrinate che si fingono nobili per un matrimonio — contiene la scena degli spaghetti mangiati con le mani, diventata immortale nella versione cinematografica del 1954 con Totò.
Altri titoli di repertorio: «Na santarella», «Tre pecore viziose», «'O miedeco d'e pazze».
Nel 1904 Scarpetta mette in scena «Il figlio di Iorio», parodia della tragedia «La figlia di Iorio» di Gabriele D'Annunzio. Ne nasce una causa per plagio che diventa un caso nazionale: è il primo grande processo italiano sul diritto di parodia.
Scarpetta viene assolto nel 1908, stabilendo un precedente giuridico rilevante. La vicenda è stata raccontata nel film «Qui rido io» (2021) di Mario Martone, con Toni Servillo.
Scarpetta ebbe una vita familiare complessa che avrebbe segnato profondamente la storia del teatro italiano: dalla relazione con Luisa De Filippo nacquero Titina, Eduardo e Peppino, che non portarono il suo cognome e crebbero riconosciuti solo in parte.
Quella condizione di figli non pienamente legittimati, e l'apprendistato sul palcoscenico paterno fin da bambini, sono elementi che ricorrono, trasfigurati, in molta drammaturgia di Eduardo.
«Miseria e nobiltà» e le altre commedie sono nel repertorio stabile dei teatri napoletani: capita quasi ogni stagione di trovarne una in cartellone, spesso al Teatro Diana, al Sannazaro o al Trianon.