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Totò, il principe della risata napoletana — Comici napoletani
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Totò, il principe della risata napoletana

📍 Comici napoletani 1898-1967 · Antonio de Curtis

Antonio de Curtis nasce a Napoli, nel rione Sanità, nel 1898, in una famiglia di condizioni economiche modeste nonostante un'origine nobiliare che gli sarebbe stata riconosciuta legalmente solo decenni più tardi, quando ottenne il diritto di fregiarsi di una lunghissima serie di titoli nobiliari che lui stesso, con la consueta autoironia, amava elencare per intero come una sorta di gag vivente. Prima ancora di diventare «Totò», nome d'arte che avrebbe reso celebre in tutta Italia, il giovane Antonio si forma nel mondo durissimo e vivacissimo dell'avanspettacolo napoletano, tra teatrini popolari, varietà e piccoli palcoscenici dove la comicità doveva conquistare un pubblico esigente serata dopo serata.

Il suo stile comico, costruito su una gestualità fisica straordinaria — la celebre mimica del corpo, capace di trasformare Totò in una sorta di marionetta snodabile e imprevedibile — e su un uso sapiente del linguaggio, tra italiano storpiato, napoletano e neologismi surreali di sua invenzione, affonda le radici direttamente nella tradizione della commedia dell'arte e della maschera popolare napoletana, aggiornata però con un'intelligenza comica personalissima che andava ben oltre la semplice imitazione di modelli precedenti.

Il salto dal teatro al cinema, a partire dagli anni Trenta ma con la piena esplosione nel secondo dopoguerra, trasformò Totò in uno dei fenomeni di massa più importanti della storia dello spettacolo italiano: la sua produzione cinematografica, sterminata — decine e decine di film, spesso realizzati a ritmi produttivi vertiginosi, di qualità molto variabile ma quasi sempre capaci di garantire un successo di pubblico enorme — lo rese per decenni l'attore comico più popolare e redditizio del cinema italiano, capace di riempire le sale anche con pellicole scritte e girate in tempi record.

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Accanto alla produzione più commerciale e ripetitiva, Totò seppe anche costruire un rapporto con registi e sceneggiatori di primissimo piano che ne rivelarono la profondità attoriale al di là della comicità più immediata: la collaborazione con Pier Paolo Pasolini in film come «Uccellacci e uccellini» mostrò un Totò capace di una comicità filosofica e malinconica completamente diversa dai film di cassetta, rivelando al pubblico e alla critica una complessità artistica che per lungo tempo era stata sottovalutata da una critica cinematografica spesso snobista nei confronti della comicità popolare.

La sua vita privata fu segnata anche da una condizione di salute difficile — una progressiva perdita della vista che lo accompagnò negli ultimi anni di carriera, affrontata con la stessa ironia disincantata che caratterizzava la sua arte — e da una generosità verso i più poveri che è diventata parte della leggenda popolare napoletana quanto la sua comicità: numerosi aneddoti, alcuni certamente romanzati nel tempo ma tutti coerenti con la sua immagine pubblica, raccontano di beneficenza silenziosa verso famiglie in difficoltà, mai pubblicizzata mentre era in vita.

Morì a Roma nel 1967, e i suoi funerali — celebrati sia nella capitale sia, successivamente, a Napoli, dove una folla immensa accolse il corteo — testimoniarono quanto la sua figura fosse ormai diventata patrimonio nazionale condiviso, pur restando profondamente e indissolubilmente napoletana nelle proprie radici artistiche. Ancora oggi, a decenni dalla morte, i suoi film restano tra i più trasmessi della televisione italiana, e le sue battute sono entrate stabilmente nel linguaggio comune, segno di una comicità che ha saputo attraversare generazioni senza invecchiare.

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