Nacque alla Sanità in una casa senza niente, e passò la vita a rivendicare un titolo di principe che nessuno gli riconosceva. Girò quasi cento film, molti brutti, alcuni immortali, e per decenni i critici lo trattarono con sufficienza. Poi qualcuno si accorse che quell'uomo di gomma, con la bombetta storta, aveva scritto anche una poesia sulla morte che ancora oggi i napoletani sanno a memoria.
Nasce nel 1898 alla Sanità, in condizioni difficili: figlio riconosciuto solo tardi dal padre, il marchese Giuseppe de Curtis. La questione dei titoli nobiliari lo occuperà per tutta la vita, con cause legali per il riconoscimento del titolo di «Altezza Imperiale».
Si forma nel teatro di varietà, dove costruisce la maschera fisica che lo renderà riconoscibile: il corpo snodabile, la bombetta, il mento sporgente, i movimenti da marionetta.
Totò è l'ultimo grande erede della commedia dell'arte: il suo comico è fisico e verbale insieme, fatto di deformazioni linguistiche, non sequitur, sberleffi all'autorità. È il povero che si finge nobile, l'affamato che conserva la dignità, il piccolo uomo che sopravvive con l'astuzia.
Nei suoi film migliori — «Guardie e ladri» (1951) di Steno e Monicelli, «Miseria e nobiltà» (1954), «I soliti ignoti» (1958), «Totò, Peppino e la malafemmina» (1956) — quella maschera diventa un ritratto sociale dell'Italia povera del dopoguerra.
Per decenni la critica italiana lo ha considerato un attore commerciale, giudicando la sua filmografia sciatta e ripetitiva. Il giudizio si è ribaltato a partire dagli anni Settanta.
Un ruolo importante lo ebbe Pier Paolo Pasolini, che lo volle in «Uccellacci e uccellini» (1966) accanto a Ninetto Davoli, in una parte drammatica e allegorica che rivelò una gamma che il cinema comico non gli aveva mai chiesto. Pasolini stesso disse di averlo scelto per la sua natura di «sottoproletario» e insieme di «maschera pura».
Totò fu anche poeta in napoletano. «'A livella» (1964), sull'incontro notturno al cimitero tra il marchese e lo spazzino, e sulla morte come unica vera livellatrice sociale, è la sua opera più conosciuta ed è entrata nel patrimonio popolare.
Altri testi come «'A cunziglio» e «Core analfabeta» mostrano una scrittura seria, malinconica, molto distante dal personaggio comico.
Alla sua morte, nel 1967, si tennero tre funerali: a Roma, a Napoli e infine al Rione Sanità, dove secondo le cronache dell'epoca parteciparono decine di migliaia di persone. È un dato che dice quanto il rapporto con la città fosse rimasto forte.
La Sanità conserva la casa natale e diversi murales dedicati a lui. La sua tomba è nel cimitero del Pianto.