'O Cuorpo 'e Napule: la statua che Napoli scambiò per una madre
Un dio egiziano sdraiato in mezzo al centro storico, una testa perduta per secoli, una sfinge rapita e tornata dall'Austria. E una città che, guardando un vecchio barbuto, ci ha visto sé stessa che allatta i suoi figli.
A metà di Spaccanapoli, dove la strada smette di chiamarsi via Benedetto Croce e comincia a chiamarsi via San Biagio dei Librai, c'è una piazzetta così piccola che molti la attraversano senza accorgersene. Si guarda il telefono, si schiva un motorino, si annusa una sfogliatella, e intanto si passa accanto a un signore di marmo sdraiato su un piedistallo, con la barba lunga, una cornucopia piena di frutta in mano e l'aria di chi ha visto passare duemila anni di napoletani e non si è ancora stancato.
Quel signore ha almeno tre nomi. Gli archeologi lo chiamano statua del dio Nilo. Le guide turistiche, quando hanno fretta, lo chiamano «il Nilo». I napoletani, da almeno settecento anni, lo chiamano 'o Cuorpo 'e Napule: il Corpo di Napoli. E la piazzetta ha preso il nome da lui, Largo Corpo di Napoli, come se la città avesse deciso di avere un corpo e di averlo proprio lì, nel punto esatto in cui i decumani si stringono e il centro antico respira più forte.
Come sempre su questo sito, le cose le mettiamo in fila separate: prima quello che è scritto nei documenti e nella pietra, poi quello che si racconta nei vicoli, e alla fine, chiaramente segnalato, quello che ci immaginiamo noi. Perché questa è una di quelle storie in cui il confine tra i tre è sottile come la polvere di marmo, e la cosa più bella è proprio guardarlo da vicino.
Gli egiziani di Neapolis
Partiamo dai fatti. La statua è romana, di marmo, databile attorno alla metà del II secolo dopo Cristo. Rappresenta il Nilo come i Greci e i Romani rappresentavano i fiumi: un vecchio potente e disteso, con la cornucopia dell'abbondanza, perché il fiume è quello che fa crescere il grano; con dei bambini che gli si arrampicano addosso, che nella simbologia antica sono i cubiti della piena, le misure di quanto l'acqua sale e quindi di quanto sarà ricco il raccolto; e con una sfinge accanto, perché un fiume egiziano senza una sfinge non lo avrebbe riconosciuto nessuno.
Ma perché un dio egiziano proprio qui? Perché la Neapolis greco-romana era una città di porto, aperta, piena di mercanti. In questa zona, secondo la tradizione, viveva una comunità di alessandrini, egiziani di Alessandria arrivati per commerciare, che avrebbero eretto la statua per onorare il fiume della loro patria. Li chiamavano i nilesi, e da loro prende il nome tutto il quartiere: via Nilo, la chiesa di Sant'Angelo a Nilo, quella dei Santi Marco e Andrea a Nilo, e il Seggio di Nilo, uno dei sedili nobiliari che per secoli governarono la città.
Il bello è che non lo diciamo noi: lo dice la pietra. Sotto la statua c'è un'iscrizione latina che comincia così: «Vetustissimam Nili statuam ab Alexandrinis olim, ut fama est, in proximo habitantibus velut patrio numini positam…». Tradotto: l'antichissima statua del Nilo, posta un tempo, come si dice, dagli alessandrini che abitavano qui vicino, come a un dio della loro patria. Ut fama est, come si dice. Persino il marmo ufficiale, a Napoli, si tiene una porta aperta per la diceria.
La statua senza testa
Poi i nilesi scompaiono, Roma cade, e la statua finisce sottoterra come tanta Napoli antica. Riemerge nel Medioevo, durante i lavori per il primo Seggio di Nilo, e viene messa in vista. Ma è malridotta: le manca la testa. Qualche tempo dopo viene di nuovo spostata e dimenticata, e torna fuori quando si costruisce il secondo Seggio, tra la fine del Quattrocento e l'inizio del Cinquecento.
Ed è qui che comincia la parte che ci piace di più. Provate a guardarla con gli occhi di un napoletano del Trecento. Non c'è la barba, perché non c'è la testa. C'è un corpo morbido, disteso, avvolto in un panneggio. E ci sono dei bambini che si arrampicano sul petto. Che cosa vedete? Non un fiume. Vedete una donna che allatta i suoi figli.
E se è una donna che allatta, in mezzo alla città, non può essere una donna qualunque. È lei: è Napoli, la madre, la sirena Partenope fatta carne, che nutre i suoi figli. Già la Cronaca di Partenope, scritta nel Trecento, parla della statua come del «corpo di Napoli», e nel 1549 lo ripete Benedetto Di Falco nella sua descrizione della città. Il nome si attacca alla statua, poi alla piazza, e non se ne stacca più.
Ci vuole il 1581 perché qualcuno lo dica chiaramente: Angelo di Costanzo, scrivendo sotto il nome di Marco Antonio Terminio, spiega che quella non è una madre, è il Nilo. Ha ragione lui. Ma a Napoli avere ragione non basta per cambiare il nome a una piazza.
1657: la madre si fa crescere la barba
Nel 1657 il vecchio Seggio viene demolito e la statua sistemata su un basamento nuovo. Il restauro lo fa lo scultore Bartolomeo Mori, che le aggiunge quello che manca: un braccio destro, la cornucopia e soprattutto una testa. Non una testa di donna, però: una testa di vecchio barbuto, come si conviene a un dio fluviale.
Immaginate la scena nel vicolo. Generazioni di napoletani erano passate davanti alla loro madre di marmo, e una mattina la trovano con una barba lunga così. È il genere di cosa che a Napoli si commenta per mezzo secolo. E infatti il nome non cambiò: la statua divenne un uomo, e restò il Corpo di Napoli. Da allora la città ha un corpo con la barba, e la cosa non sembra disturbare nessuno.
Nel 1734 un altro restauro, curato dalle famiglie Dentice e Caracciolo con il coinvolgimento dell'architetto Ferdinando Sanfelice, porta l'iscrizione che leggiamo oggi, dettata dall'erudito Matteo Egizio. C'è anche un piccolo errore: nella lapide la data del vecchio restauro è incisa come 1667 invece di 1657. Una svista di dieci anni scolpita nel marmo, che resiste da quasi tre secoli. Tra la fine del Settecento e l'inizio dell'Ottocento lo scultore Angelo Viva rifà molte delle parti mancanti, e il Nilo prende l'aspetto che più o meno conosciamo.
La sfinge rapita
La storia sembrerebbe finita qui, e invece il Novecento le aggiunge un capitolo da romanzo. Nel dopoguerra, in una Napoli affamata in cui sparivano cose ben più grandi di una statua, qualcuno di notte porta via due dei tre putti e la testa della sfinge. Probabilmente per venderli sul mercato nero dell'antiquariato. Per decenni il Corpo di Napoli resta lì così, mutilato, con un bambino solo e una sfinge senza faccia.
Poi, nel 2013, il Comando Carabinieri per la tutela del patrimonio culturale ritrova la testa della sfinge in Austria, circa sessant'anni dopo il furto. Nel 2014 un nuovo restauro rimette insieme i pezzi, e il 15 novembre 2014 la statua viene presentata di nuovo alla città, con la sfinge che ha di nuovo la sua faccia. Dei due bambini rubati, invece, non si sa nulla. Da qualche parte, in una casa o in un magazzino, due putti di marmo napoletano stanno ancora aspettando di tornare a casa.
Quello che si racconta nei vicoli
Fin qui i documenti. Adesso abbassiamo la voce, perché entriamo nel territorio delle dicerie.
La madre che non se n'è mai andata. Nel quartiere c'è ancora chi, passando, chiama la statua «'a mamma». Non per ignoranza: per affetto. La barba l'hanno messa gli scultori, dicono, ma il corpo è rimasto quello di una madre. E una madre, a Napoli, non smette di esserlo solo perché qualcuno le ha cambiato faccia.
Il corpo e la testa. Se la città ha un corpo, da qualche parte deve avere anche una testa. E infatti ce l'ha: a Palazzo San Giacomo, la sede del Comune, tra le scale che salgono ai piani, c'è una grande testa femminile di marmo di gusto greco che i napoletani chiamano Marianna, 'a capa 'e Napule. Il corpo sta nel centro antico, la testa sta dove si governa. Più di un napoletano, guardando come vanno certe cose in città, ha fatto notare che il problema è proprio questo: testa e corpo, a Napoli, non si sono mai incontrati.
Il capello del dio. E poi c'è la diceria più recente, quella che nessun egiziano di Neapolis avrebbe potuto prevedere. A pochi passi dalla statua, nel Bar Nilo, c'è un altarino dedicato a Diego Armando Maradona, con quello che viene presentato come un suo capello, conservato come una reliquia. Così, nel raggio di dieci metri, Largo Corpo di Napoli tiene insieme un dio fluviale egiziano, una madre immaginaria, una sfinge tornata dall'esilio e un santo laico argentino. Se c'è un posto al mondo dove le religioni convivono senza litigare, è questa piazzetta.
Quello che ci immaginiamo noi
Quello che segue è un racconto di fantasia, scritto da noi. Non è una leggenda tramandata e non lo troverete in nessuna cronaca: è il modo in cui ci piace immaginare questa statua quando la piazzetta si svuota.
Si dice, ma lo diciamo solo noi, che nelle notti di novembre, quando il centro storico si svuota e l'ultima saracinesca di via San Biagio dei Librai si chiude con quel rumore di ferro che rimbomba fino a Forcella, il vecchio di marmo apra gli occhi.
Non si alza: sono duemila anni che è sdraiato e ha imparato che a Napoli chi si alza perde il posto. Gira solo un poco la testa, quella barbuta che gli hanno dato nel 1657 e a cui non si è mai del tutto abituato, e guarda la strada. Conta. Conta le persone che passano tardi, i ragazzi che tornano dai baretti, il cameriere che fuma l'ultima sigaretta, la signora che porta giù il cane. Li conta come un tempo contava i cubiti della piena, per sapere quanto sarà ricco l'anno.
Poi abbassa lo sguardo sul petto, dove una volta c'erano tre bambini e adesso ce n'è uno solo, e gli chiede, a bassa voce: «Ne hai visti tornare?». Il bambino di marmo non risponde, perché i bambini di marmo non rispondono mai, ma la sfinge sì. La sfinge, che è stata in Austria e ha visto il mondo, gli dice ogni notte la stessa cosa: «Tornano. Ci mettono sessant'anni, ma a Napoli tornano tutti».
E il vecchio si rimette tranquillo, con la sua cornucopia piena di frutta, a fare la madre di una città che lo ha scambiato per una donna e gli ha voluto bene lo stesso. Che poi, a pensarci, è la cosa più napoletana che si possa dire di qualcuno: non importa chi sei davvero, importa che cosa sei diventato per noi.
Come andarci
Dove. Largo Corpo di Napoli, all'incrocio tra via San Biagio dei Librai e via Nilo, nel cuore del centro storico, a due minuti a piedi da piazza San Domenico Maggiore e dalla Cappella Sansevero.
Quanto costa. Niente. La statua sta all'aperto, in mezzo alla strada, e si vede a qualunque ora. Di sera è illuminata, ed è il momento migliore: meno folla, più atmosfera.
Cosa guardare. La faccia della sfinge, quella tornata dall'Austria. Il bambino rimasto sul petto. E l'iscrizione sotto: cercate le parole ut fama est, e ricordatevi che anche la pietra, qui, ammette di raccontare per sentito dire.
Lì vicino. La chiesa di Sant'Angelo a Nilo, dove c'è il monumento funebre del cardinale Brancaccio a cui lavorò Donatello; la Cappella Sansevero con il Cristo velato e la storia del principe alchimista; via San Gregorio Armeno, che a novembre comincia già a riempirsi di presepi. E per restare in tema di statue e misteri, la nostra sezione Leggende e misteri di Napoli, dove c'è anche la storia dell'uovo di Virgilio: un'altra cosa fragile che, a quanto si dice, tiene in piedi la città.
Le notizie storiche su datazione, ritrovamenti, restauri (1657, 1734, 2014) e sul recupero della testa della sfinge (2013) vengono dalle fonti pubblicate sulla statua, a partire dalla scheda dedicata dell'enciclopedia libera e dagli autori che cita, da Summonte a Capasso. Il paragrafo «Quello che ci immaginiamo noi» è un racconto di fantasia della redazione.