Nella cavea sotterranea della Cappella Sansevero ci sono due corpi. Non scheletri con le ossa nude: due scheletri avvolti da un intero sistema di arterie e vene, rosse e blu, intatte, che seguono il corpo fino ai capillari delle dita. Sono lì dal Settecento. E per due secoli e mezzo i napoletani hanno raccontato che il principe le aveva ottenute iniettando qualcosa nelle vene di due servi ancora vivi.
Raimondo di Sangro, settimo principe di Sansevero, nasce nel 1710 e vive a Napoli una vita che sembra inventata: militare, letterato, inventore, editore, primo Gran Maestro della massoneria napoletana.
Gli si attribuiscono un'infinità di invenzioni e sperimentazioni: una carrozza anfibia capace di andare sull'acqua, tessuti impermeabili, un lume perpetuo, inchiostri e coloranti, una macchina idraulica, procedimenti tipografici a più colori.
Nel 1751 papa Benedetto XIV lo scomunicò per la sua appartenenza alla massoneria; la scomunica fu poi ritirata, ma la fama sinistra gli restò addosso per sempre.
Trasformò la cappella di famiglia in un'opera unica, dove ogni scultura fa parte di un discorso simbolico complessivo: il Cristo Velato di Giuseppe Sanmartino, la Pudicizia di Antonio Corradini, il Disinganno di Francesco Queirolo con la sua rete di marmo.
La coerenza del programma iconografico — virtù, conoscenza, liberazione dall'errore — è di chiaro stampo iniziatico, e ha alimentato per secoli le letture più fantasiose.
Sono la parte che colpisce di più. Due scheletri, un uomo e una donna, con l'apparato circolatorio ricostruito integralmente.
La leggenda popolare — riportata già nel Settecento — vuole che di Sangro abbia iniettato ai due una sostanza che «metallizzò» il sangue mentre erano ancora vivi. Il racconto è sopravvissuto per due secoli e mezzo.
Non è vero. Gli studi condotti sui reperti hanno stabilito che gli apparati circolatori sono artificiali: realizzati con fil di ferro, cera e materiali colorati, applicati agli scheletri con una perizia tecnica straordinaria per l'epoca.
Il che, a pensarci, è più interessante della leggenda: significa che qualcuno, nel Settecento napoletano, conosceva l'anatomia vascolare abbastanza bene da poterla ricostruire a memoria, filo per filo.
La stessa dinamica riguarda la scultura più famosa: si racconta che il velo di marmo sia in realtà un tessuto vero, «marmorizzato» dal principe con un procedimento alchemico.
Anche questo è falso: il velo è scolpito nello stesso blocco di marmo del corpo, come le analisi hanno confermato. Sanmartino era semplicemente uno scultore fuori misura.
Perché racconta una verità diversa: che a Napoli, in pieno Settecento, un aristocratico ha speso una fortuna e una vita per costruire un luogo che ancora oggi nessuno attraversa senza restare in silenzio.
La Cappella Sansevero si visita in piazza San Domenico Maggiore. Conviene prenotare: gli spazi sono piccoli e gli ingressi contingentati. Le fotografie sono vietate — e per una volta è un bene.