Franz Liszt fu la prima star nel senso moderno del termine: folle in delirio, donne che svenivano, un fenomeno di costume prima ancora che un musicista. Ma era anche un compositore serissimo, e fece a Napoli una cosa che allora non era ovvia per niente: prese delle canzoni popolari napoletane e le portò in sala da concerto.
Nella raccolta Venezia e Napoli, appendice al secondo anno degli Anni di pellegrinaggio, la parte napoletana si chiude con una tarantella costruita su melodie popolari che circolavano in città, raccolte e pubblicate nell'Ottocento dagli editori napoletani.
Perché in quel gesto c'è un riconoscimento che oggi diamo per scontato e allora non lo era: che una melodia nata per strada possa reggere il peso di una scrittura colta. Liszt non fa il verso al popolare né lo cita per pittoresco: lo prende come materiale, e ci costruisce sopra un pezzo di virtuosismo puro.
È esattamente quello che la scuola napoletana faceva da due secoli, in direzione opposta: prendere la musica colta e farla scendere in strada. La storia intera sta in quando Napoli insegnava musica all'Europa e in come nasce la canzone classica napoletana.
C'è una cosa che chi ascolta Liszt oggi fatica a immaginare: quelle melodie, quando lui le usò, non erano reperti folclorici. Erano musica corrente, quello che si sentiva davvero per Napoli, dalle finestre e dai carretti. Trasferirle sul pianoforte da concerto era un'operazione contemporanea, non archeologica.
La stessa cosa succede ancora, e con gli stessi effetti collaterali: ogni volta che una musica popolare napoletana viene presa e rielaborata da qualcuno di fuori, metà città si compiace e metà si offende. È successo con la canzone napoletana esportata e succede oggi con il rap e il neomelodico.
Il conservatorio di San Pietro a Majella, che di quella tradizione è la casa, sta nel centro storico a due passi da piazza Bellini, ed è un luogo di lavoro, non un museo: ci si studia. La strada attorno è una delle più belle da percorrere la sera nel centro storico.