C'è stato un tempo in cui, per imparare davvero la musica, bisognava venire qui. Bambini di otto anni arrivavano da mezza Europa e da tutto il Regno, spesso orfani, spesso senza niente, e passavano dieci anni chini su una tastiera in stanze che sapevano di cera e di polvere. Ne uscivano compositori che avrebbero fatto cantare Vienna, Parigi e San Pietroburgo. Napoli, prima di essere la città della canzone, è stata la scuola di musica del continente.
L'origine del termine è sociale prima che musicale. I conservatori napoletani nascono nel Cinquecento come orfanotrofi: istituzioni che «conservavano», cioè accoglievano e mantenevano, bambini poveri, orfani o abbandonati. La musica entrò come attività pratica, utile a far cantare i ragazzi durante le funzioni religiose e nelle processioni, e quindi a procurare qualche entrata all'istituto.
Nel giro di un secolo quella funzione accessoria divenne l'attività principale, e i quattro conservatori cittadini — Santa Maria di Loreto, Sant'Onofrio a Porta Capuana, dei Poveri di Gesù Cristo e della Pietà dei Turchini — si trasformarono nelle migliori scuole musicali d'Europa. Nel 1806 furono unificati nel Real Collegio di Musica, poi divenuto l'attuale Conservatorio di San Pietro a Majella.
Il cuore dell'insegnamento napoletano era una tecnica chiamata partimento: una linea di basso scritta, spesso senza altre indicazioni, sulla quale l'allievo doveva costruire in tempo reale l'intera armonia e le voci superiori. Non si studiava la teoria per poi applicarla — si imparava componendo e improvvisando alla tastiera, migliaia di volte, finché le progressioni armoniche non diventavano automatiche come una lingua parlata.
Era un apprendistato durissimo, che cominciava intorno agli otto-dieci anni e durava anche dieci anni, con giornate scandite da esercizi continui. Ma produceva musicisti capaci di comporre a memoria, rapidamente e su commissione — esattamente ciò che il mercato musicale del Settecento richiedeva.
Il metodo dei partimenti è stato riscoperto e studiato seriamente dalla musicologia solo negli ultimi decenni, e oggi è oggetto di interesse crescente anche nella didattica contemporanea.
Alessandro Scarlatti (1660-1725), palermitano di nascita ma napoletano di formazione e carriera, è considerato il fondatore della scuola operistica napoletana e maestro di una generazione intera.
Giovanni Battista Pergolesi (1710-1736) morì a ventisei anni lasciando due opere che hanno cambiato la storia della musica: lo Stabat Mater, tra le composizioni sacre più eseguite di sempre, e La serva padrona, intermezzo comico che a Parigi nel 1752 scatenò la celebre «Querelle des Bouffons», la disputa che oppose i sostenitori dell'opera italiana a quelli della tragédie lyrique francese.
Domenico Cimarosa (1749-1801) e Giovanni Paisiello (1740-1816) dominarono le scene europee: Cimarosa con Il matrimonio segreto, Paisiello con un Barbiere di Siviglia che per decenni fu più famoso di quello di Rossini. Entrambi lavorarono alle corti di mezza Europa, da San Pietroburgo a Vienna.
Il Teatro di San Carlo, inaugurato nel 1737 per volontà di Carlo di Borbone, è il più antico teatro d'opera d'Europa ancora in attività — precede di quarant'anni la Scala e di trentacinque la Fenice. Fu costruito in soli otto mesi e divenne immediatamente il palcoscenico di riferimento per compositori e cantanti di tutto il continente.
Distrutto da un incendio nel 1816, fu ricostruito in nemmeno un anno. La sua sala, con i sei ordini di palchi e il soffitto affrescato, è ancora oggi uno degli spazi teatrali più imponenti al mondo.
Resta il Conservatorio di San Pietro a Majella, con una biblioteca musicale tra le più ricche d'Europa: manoscritti autografi, spartiti, strumenti storici. Resta il San Carlo con la sua stagione. E resta un fatto che vale la pena tenere presente quando si parla di Napoli: prima di essere la città della canzone, questa è stata per un secolo la città che formava i compositori d'Europa.
Chi visita Napoli può vedere entrambe le cose in mezz'ora di cammino: San Pietro a Majella è nel centro antico, il San Carlo accanto a piazza del Plebiscito.