Non c'è nessuna prova che William Shakespeare abbia mai lasciato l'Inghilterra. Nessun documento, nessuna lettera, nessun conto di viaggio lo colloca fuori da Stratford-upon-Avon e Londra in tutta la sua vita: la quasi totalità degli storici lo considera un fatto ormai acquisito, anche se resta — va detto con onestà — una minoranza di studiosi convinta del contrario, sulla base della precisione con cui alcune sue opere descrivono luoghi italiani mai visti. Eppure fra il 1610 e il 1611 scrisse un'opera in cui Napoli non è uno sfondo esotico, ma il centro stesso dell'intreccio politico: La Tempesta.
Alonso, Re di Napoli, e suo figlio Ferdinando, Principe di Napoli, sono due dei personaggi principali dell'opera. Non compaiono di striscio: la nave su cui viaggiano — di ritorno a Napoli dopo il matrimonio della figlia di Alonso con il re di Tunisi — viene travolta dalla tempesta magica evocata da Prospero, ed è quel naufragio a far scattare l'intera trama.
Quello che lega Napoli alla vicenda è più profondo di un titolo nobiliare messo lì per colore locale: dodici anni prima degli eventi narrati, lo stesso Alonso aveva complottato insieme ad Antonio per usurpare a Prospero il ducato di Milano. Napoli, nella finzione di Shakespeare, non è scenografia: è colpevole. E la storia si chiude proprio sulla riparazione di quella colpa, quando il matrimonio fra Ferdinando e Miranda — la figlia di Prospero — salda la frattura politica fra Napoli e Milano.
La domanda che gli studiosi si fanno da secoli, e su cui non c'è una risposta definitiva, è come Shakespeare conoscesse l'Italia con questo dettaglio senza averla mai visitata. Le ipotesi più solide, nessuna delle quali richiede un suo viaggio: leggeva trattati politici, novelle italiane circolanti in traduzione inglese, e resoconti di viaggiatori; frequentava a Londra mediatori culturali come John Florio, figlio di un rifugiato religioso italiano e traduttore di Montaigne, che conosceva a fondo lingua e cultura della penisola; e poteva contare su mappe, stampe e sui racconti di mercanti italiani residenti in Inghilterra.
Non era un caso isolato: il Regno di Napoli, come entità politica reale e prestigiosa — uno dei più grandi stati della penisola italiana per gran parte del Rinascimento — era un nome che il pubblico inglese dell'epoca riconosceva, al pari di Milano, Venezia o Verona, tutte ambientazioni ricorrenti nel teatro elisabettiano e giacomiano.
La Tempesta fu composta fra il 1610 e il 1611 ed è considerata da gran parte della critica l'ultima opera che Shakespeare scrisse interamente da solo. Fu rappresentata per la prima volta documentata alla corte di Giacomo I, a Whitehall, il 2 novembre 1611. Quando nel 1623, sette anni dopo la sua morte, i colleghi attori raccolsero le sue opere nel volume oggi conosciuto come First Folio, la scelsero come testo d'apertura: la prima pagina del primo grande libro di Shakespeare è, letteralmente, l'inizio della storia di un Re di Napoli.
Non è una di quelle coincidenze curiose costruite a tavolino per fare notizia — non ce n'è bisogno: il fatto vero è già sufficiente. Shakespeare non passò da Napoli come Goethe o Wilde: la immaginò da lontano, e ne fece comunque il fulcro morale della sua ultima, e più matura, riflessione sul perdono e sul potere. È un altro modo, meno diretto ma non meno reale, in cui questa città è entrata nella grande letteratura europea.