Chiedi a chiunque di uno sportivo napoletano e ti risponderà Maradona, che non era napoletano. È il paradosso di una città il cui immaginario sportivo è occupato per intero dal calcio, mentre le medaglie olimpiche vere le hanno vinte quasi tutte persone di cui pochi ricordano il nome.
Canottaggio, pallanuoto, nuoto, judo, boxe, scherma, vela, tennis. Napoli e la sua provincia hanno prodotto campioni olimpici in otto discipline diverse, e dietro ognuno c'è un posto preciso: un circolo, una palestra di quartiere, una piscina, un tratto di mare.
La storia più nota è quella degli Abbagnale. Giuseppe e Carmine, con il timoniere Giuseppe «Peppiniello» Di Capua, vinsero l'oro nel due con a Los Angeles 1984 e a Seul 1988, e l'argento a Barcellona 1992. Il fratello più giovane, Agostino, ne vinse tre da solo: Seul 1988, Atlanta 1996, Sydney 2000.
Sono cresciuti tra Pompei e Castellammare di Stabia, allenati da uno zio medico, in un circolo nautico di provincia. La loro storia per intero.
Accanto a loro c'è Davide Tizzano, napoletano, legato al Circolo Canottieri Napoli: due ori olimpici, a Seul 1988 nel quattro di coppia e ad Atlanta 1996 nel doppio — quest'ultimo in barca con Agostino Abbagnale.
Tizzano è passato poi alla vela, portando in mare aperto lo stesso mestiere.
È lo sport in cui Napoli ha la tradizione più lunga e più continua. Il Circolo Canottieri Napoli, fondato nel 1893, ha vinto scudetti e una Coppa dei Campioni alla fine degli anni Settanta.
Dalla società e dalla città sono passati Gildo Arena — oro olimpico a Londra 1948 e bronzo a Helsinki 1952 — Luigi Mannelli, oro a Roma 1960, e Ferdinando Gandolfi e Carlo Silipo, campioni olimpici a Barcellona 1992, quando l'Italia vinse il torneo.
E poi Fritz Dennerlein, Enzo D'Angelo, Maurizio Mannelli, Sante Marsili, Paolo Trapanese: decine di atleti napoletani con la calottina azzurra.
Il Circolo Nautico Posillipo ha aggiunto scudetti e coppe europee tra gli anni Ottanta e i Duemila. La pallanuoto napoletana è probabilmente il primato sportivo meno conosciuto di questa città.
A Sydney 2000 un napoletano vinse l'oro nei 200 metri misti, l'argento nei 400 stile libero e il bronzo nei 200 stile libero. Tre medaglie in una sola Olimpiade.
Massimiliano Rosolino, nato a Napoli nel 1978, è uno dei più grandi nuotatori italiani di sempre. La sua carriera ha attraversato tre decenni di vasche.
Non è un caso che venga dall'acqua: mare, piscine, circoli nautici e pallanuoto sono l'ossatura sportiva di questa città da più di un secolo.
Sempre a Sydney 2000, Giuseppe «Pino» Maddaloni vinse l'oro olimpico nel judo.
Ma la parte che conta davvero è dove si è allenato: la palestra di Scampia fondata dal padre Gianni Maddaloni, in uno dei quartieri più difficili d'Europa, dove il judo è stato per decenni uno strumento di educazione prima che di agonismo.
Un oro olimpico uscito da una palestra di Scampia è la storia sportiva più significativa che questa città abbia prodotto, e quasi nessuno la racconta.
Oro olimpico a Mosca 1980, poi campione europeo e mondiale da professionista. Nato e cresciuto nei Quartieri Spagnoli.
Come per Maddaloni, il punto non è solo la medaglia: è la palestra di quartiere, aperta e sotto casa, in cui si entra a dodici anni perché non c'è altro posto dove stare. La boxe napoletana.
Una tradizione meno visibile e molto solida.
Ferdinando Meglio — oro nella sciabola a squadre a Los Angeles 1984.
Sandro Cuomo — oro nella spada a squadre ad Atlanta 1996.
Diego Occhiuzzi — argento individuale nella sciabola a Londra 2012.
Tre generazioni, tre armi diverse, la stessa scuola cittadina.
Il golfo di Napoli è uno dei campi di regata più apprezzati del Mediterraneo, e la città ha una tradizione velica che risale all'Ottocento.
Carlo Rolandi è la figura storica: olimpionico in più edizioni dei Giochi e poi dirigente della vela italiana.
I circoli storici — Reale Yacht Club Canottieri Savoia, Circolo Nautico Posillipo, Circolo Canottieri Napoli — hanno tenuto vivo questo rapporto per oltre un secolo. Napoli ha ospitato tappe delle America's Cup World Series nel 2012 e nel 2013, con le barche in regata davanti al lungomare.
Diego Nargiso, napoletano, vinse il torneo juniores di Wimbledon nel 1987 e giocò in Coppa Davis, arrivando alla finale del 1998 con l'Italia.
Nel femminile, Rita Grande, napoletana, ha vinto titoli WTA e rappresentato l'Italia in Fed Cup per anni.
Nessuno di questi campioni è nato in un centro sportivo attrezzato. Sono usciti da strutture piccole e da persone che ci stavano dentro per decenni: un circolo del 1893, una palestra di Scampia, uno zio che allena i nipoti, un maestro di sciabola.
È l'unica lezione che si può ricavare con onestà da questo elenco: i campioni non li produce il talento da solo, li produce una struttura che dura. Dove quella struttura c'è, i risultati arrivano anche in provincia. Dove non c'è, il talento si perde.
Santa Lucia e il Borgo Marinari — i circoli storici, sotto Castel dell'Ovo. Dal lungomare si vedono gli equipaggi allenarsi la mattina presto, gratis.
Posillipo — il Circolo Nautico, sul mare.
Castellammare di Stabia — il circolo degli Abbagnale, una fermata di Circumvesuviana dopo Pompei.
Scampia — la palestra dei Maddaloni. Ed è il posto in cui vale la pena ricordare che un quartiere non è la sua fama: è anche il posto da cui è uscito un oro olimpico.
I Quartieri Spagnoli — le palestre di boxe, alcune ancora aperte.
Napoli non ha un museo dello sport, né un percorso segnalato che colleghi questi luoghi. Le storie ci sono, i posti esistono, e non c'è una targa.
È una lacuna, e vale la pena dirlo: una città che ha prodotto tutto questo dovrebbe raccontarlo meglio di come lo fa.