Ci sono cognomi che appartengono a una famiglia. E poi ce ne sono alcuni che, a un certo punto, diventano patrimonio di un territorio intero. È quello che è successo agli Abbagnale: tre fratelli cresciuti tra Pompei e Castellammare di Stabia, che negli anni Ottanta e Novanta hanno portato il canottaggio italiano sul tetto del mondo.
La cosa che rende questa storia interessante per chi vuole capire Napoli non sono le medaglie. È il punto di partenza: una famiglia che coltivava fiori, un circolo nautico di provincia, uno zio medico che allenava. Nessun riflettore, per anni.
Le radici sportive passano dalla famiglia La Mura, legata a Castellammare di Stabia e al mondo del remo. La figura chiave è Giuseppe La Mura — medico, allenatore e zio dei ragazzi — destinato a diventare uno dei grandi tecnici del canottaggio italiano.
Fu lui ad avvicinare i nipoti alla disciplina.
I protagonisti sono Giuseppe, Carmine e Agostino Abbagnale, cresciuti a Pompei in una famiglia che prima dello sport era legata all'agricoltura e alla coltivazione dei fiori.
All'inizio il canottaggio non era una prospettiva professionale. Diventò una scuola di vita prima di diventare un mestiere.
Giuseppe e Carmine cominciano a gareggiare insieme nel due con, la specialità in cui oltre ai due vogatori c'è il timoniere. A completare l'equipaggio arriva Giuseppe «Peppiniello» Di Capua, che da quel momento diventa inseparabile dalla loro storia.
Ai Mondiali di Monaco di Baviera del 1981 arriva il primo oro mondiale. È l'inizio di una delle dinastie sportive più solide della storia italiana: negli anni successivi il due con azzurro colleziona una serie di titoli mondiali e diventa una delle barche più riconoscibili del panorama internazionale.
Ai Giochi del 1984 Giuseppe, Carmine e Peppiniello Di Capua conquistano la medaglia d'oro olimpica nel due con.
Per l'Italia è un successo enorme. Per il territorio napoletano è qualcosa di più: due ragazzi cresciuti qui, formati in una cultura sportiva costruita sul posto, arrivano sul gradino più alto del podio olimpico.
In quegli anni il canottaggio entra nelle case degli italiani anche grazie al racconto televisivo di Giampiero Galeazzi, la cui voce accompagna alcune delle imprese più ricordate dello sport azzurro. Una disciplina considerata di nicchia diventa popolare.
Se c'è una data che racconta la grandezza di questa famiglia, è il settembre 1988, ai Giochi di Seul.
Giuseppe e Carmine sono di nuovo in gara nel due con. Poche ore separano la loro finale da quella del fratello più giovane, Agostino, impegnato nel quattro di coppia.
Giuseppe e Carmine vincono l'oro. Poi arriva Agostino. Vince anche lui.
Tre fratelli, tre ori olimpici, due equipaggi diversi, la stessa giornata. È la fotografia più potente che lo sport italiano abbia mai prodotto su una famiglia, e resta uno dei momenti più alti della storia del canottaggio azzurro.
Pompei, Castellammare, Napoli. Un pezzo di Campania era arrivato fino in Corea.
Il due con di Giuseppe, Carmine e Di Capua torna sul podio olimpico anche a Barcellona 1992, questa volta con l'argento.
È la chiusura di un ciclo lunghissimo: tre Olimpiadi consecutive sul podio, con due ori e un argento, e una continuità che nel canottaggio ha pochissimi precedenti.
Se Giuseppe e Carmine sono il cuore della leggenda del due con, Agostino costruisce una carriera parallela e altrettanto straordinaria.
Seul 1988 — oro nel quattro di coppia. Poi un problema fisico serio che sembra chiudere la carriera. Torna, e ai massimi livelli.
Atlanta 1996 — oro nel doppio.
Sydney 2000 — oro nel quattro di coppia.
Tre Olimpiadi, tre ori, a dodici anni di distanza dal primo. Nel 2006 riceve la Thomas Keller Medal, la più alta onorificenza della federazione internazionale di canottaggio.
Giuseppe Abbagnale è poi diventato presidente della Federazione Italiana Canottaggio, passando dalla barca alla guida della disciplina in cui era cresciuto.
Nel 2015 i tre fratelli, insieme a Peppiniello Di Capua, sono stati inseriti nella Walk of Fame dello sport italiano al Foro Italico.
Va detta una cosa con precisione, perché è il punto: Pompei e Castellammare di Stabia non sono Napoli città. Sono provincia, a venti e trenta chilometri dal centro.
Ed è esattamente questo che rende la storia interessante. Gli Abbagnale non sono campioni arrivati da fuori a rappresentare Napoli: sono campioni che questo territorio ha cresciuto, in un circolo nautico di provincia, con un allenatore di famiglia, lontano da qualsiasi vetrina.
Il Circolo Nautico Stabia è parte integrante della loro formazione. Non è un dettaglio biografico: è la dimostrazione che una struttura sportiva locale, se funziona, può produrre risultati mondiali.
Raccontando la propria storia, gli Abbagnale hanno ripetuto sempre lo stesso principio: dopo ogni vittoria bisognava alzare l'asticella, perché ripetere quello che aveva funzionato l'anno prima non bastava.
Dietro ogni medaglia ci sono sveglie all'alba, allenamenti identici ripetuti per anni, sconfitte, e la capacità di ricominciare quando avresti tutte le ragioni per fermarti.
Non è «vincere». È continuare a lavorare quando hai già vinto.
Castellammare di Stabia si raggiunge con la Circumvesuviana da Napoli, ed è la fermata dopo Pompei: si combina in una giornata con gli scavi. Ha un lungomare, un porto e le terme storiche.
Pompei è la fermata prima, e non serve spiegare perché ci si va.
Se il canottaggio ti interessa, dal lungomare di Napoli, tra il Borgo Marinari e Mergellina, la mattina presto si vedono gli equipaggi dei circoli cittadini allenarsi. È gratis, non serve permesso, e si capisce in cinque minuti quanta fatica ci sia dentro questo sport.