Le palestre di pugilato a Napoli stanno nei posti dove i ragazzi hanno bisogno di un posto dove stare. Non è una metafora sociale: è il modo in cui questo sport ha funzionato qui per un secolo. Si entra a dodici anni perché la palestra è sotto casa ed è aperta, e qualche volta si esce con una medaglia olimpica.
Nato a Napoli nel 1959, cresciuto nei Quartieri Spagnoli. Nel 1980 vince l'oro olimpico a Mosca nella categoria superleggeri, battendo in finale un avversario dato per favorito.
Passa al professionismo e diventa campione del mondo nella stessa categoria. È uno dei pugili italiani più titolati di sempre, e uno dei pochissimi a vincere sia l'oro olimpico che un titolo mondiale.
Chiude la carriera con un record notevole e diventa poi commentatore e figura pubblica.
Napoli e la Campania hanno prodotto un numero sproporzionato di pugili di livello nazionale e internazionale. Le ragioni sono le stesse che valgono a Detroit o a L'Avana: un bacino sociale ampio, palestre di quartiere accessibili e allenatori che restano nello stesso posto per trent'anni.
Le società storiche cittadine formano ancora, e diversi atleti napoletani sono stabilmente nelle rappresentative nazionali giovanili.
Le palestre di pugilato nei quartieri difficili di Napoli svolgono una funzione documentata: tengono i ragazzi occupati in orari in cui la strada offre alternative peggiori.
Non è una soluzione a niente — nessuno sport risolve la disoccupazione — ma è una delle poche cose che funzionano su scala di quartiere, gestite da persone che ci vivono.
Le riunioni pugilistiche si tengono in palestre e palazzetti cittadini, con calendari irregolari. I biglietti costano poco.
Le palestre storiche sono sparse tra i Quartieri Spagnoli, la Sanità, Bagnoli e la zona orientale. Molte accettano visitatori che vogliano solo guardare un allenamento: basta chiedere.