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Mozart a Napoli, e la sorella di cui non è rimasta la musica — Musica e Napoli
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Mozart a Napoli, e la sorella di cui non è rimasta la musica

📍 Musica e Napoli 1770 · Il viaggio italiano

Il 14 maggio 1770 arrivò a Napoli un ragazzo di quattordici anni che l'Europa si passava di corte in corte come una meraviglia da guardare. Si chiamava Wolfgang Amadeus Mozart, viaggiava con il padre Leopold, e sarebbe rimasto in città circa sei settimane. Non era una tappa qualunque del suo viaggio italiano: era l'arrivo in una delle capitali musicali del continente, e lui lo sapeva.

Napoli nel Settecento non era una città che ascoltava musica. Era una città che la insegnava. I suoi conservatori — nati come orfanotrofi e diventati scuole di musica — formavano compositori e cantanti che finivano nei teatri di mezza Europa, e la scuola napoletana era un modello esportato, non un fatto locale. È una storia che vale la pena leggere per intero: quando Napoli insegnava musica all'Europa.

Il San Carlo, e un ragazzo che non si inchinava

Al Teatro di San Carlo Mozart ascoltò la musica di Niccolò Jommelli, uno dei nomi grossi della scuola napoletana. Nelle lettere della famiglia il giudizio è documentato ed è sorprendente: bella, ma troppo seria e troppo antiquata per il teatro. Lo scriveva un quattordicenne, di un compositore affermato, nella città che di opera se ne intendeva più di chiunque.

Non è arroganza da bambino viziato: è la prima traccia di una cosa che si vedrà per tutta la sua vita. Mozart ascoltava, prendeva, e sapeva già dire cosa non gli serviva. Napoli gli mise davanti l'opera italiana, la scrittura per le voci, il modo napoletano di far stare insieme teatro e musica — e lui se lo portò via.

Va detto con onestà cosa si può affermare e cosa no. Non si può dire che una singola opera di Mozart nasca dal soggiorno napoletano: sarebbe una linea diritta tirata a posteriori su una formazione fatta di decine di incontri. Si può dire che il viaggio italiano, e Napoli dentro quel viaggio, siano stati una parte importante di come quel ragazzo diventò quello che poi è stato.

L'anello, e il gusto napoletano per il mistero

Si racconta che durante un'esibizione in un conservatorio della città qualcuno abbia sospettato che la sua bravura venisse da un anello che portava alla mano sinistra, e che Mozart se lo sia sfilato continuando a suonare come prima. È un aneddoto tramandato, non un fatto documentato, e lo raccontiamo per quello che è.

Ma dice una cosa vera lo stesso, e non su Mozart: su chi lo ascoltava. Quando una capacità sembra impossibile da spiegare, la spiegazione se la inventa il pubblico. È lo stesso meccanismo che a Napoli ha prodotto il munaciello e mezzo repertorio di storie in cui l'inspiegabile trova sempre una causa. Il talento di quel ragazzo era, semplicemente, difficile da credere.

Ma c'era un altro Mozart

A Salisburgo era rimasta sua sorella. Si chiamava Maria Anna, in famiglia Nannerl, ed era più grande di lui di quattro anni e mezzo. Da bambini avevano girato l'Europa insieme, presentati come coppia di prodigi: lei al clavicembalo, lui accanto. Non era la spalla del fratello — era una musicista, e Leopold, che di musica capiva e con i figli non era generoso di complimenti, scriveva di lei in termini che non usava per compiacenza.

E c'è un dettaglio che cambia la prospettiva su tutta la vicenda. Nannerl non era soltanto un'interprete: componeva.

Proprio nel 1770, mentre era in Italia, Wolfgang ricevette dalla sorella una composizione sua. Le rispose per lettera dicendole che era bella e incoraggiandola a scriverne altre. Non era un fratello che consolava: era un musicista che si complimentava con un altro musicista — e quel musicista aveva diciotto anni ed era una donna.

La domanda a cui non possiamo rispondere

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Quanto valeva davvero, come compositrice? La risposta onesta è che non lo sappiamo, e non abbiamo modo di saperlo.

Della musica di Nannerl Mozart non ci è arrivato praticamente nulla. Non una raccolta di sonate, non un concerto, non un corpus su cui esprimere un giudizio. Restano lettere, testimonianze, frammenti. Ci è arrivato il fatto che scriveva e che suo fratello — che di musica se ne intendeva quanto nessun altro al mondo in quel momento — la trovava brava.

Quello che non si può dire, e quello che si può

Qui bisogna fermarsi, perché è il punto in cui è facile scivolare. Si legge spesso che la famiglia avrebbe deliberatamente fatto sparire le opere di Nannerl, o che qualche pagina sua sarebbe finita sotto il nome del fratello. Sono ipotesi, non fatti, e non esistono prove per sostenerle. Raccontarle come certezze sarebbe costruire un complotto su un'assenza, che è il modo più rapido di trasformare una storia vera in una storia falsa.

Quello che si può affermare senza esitazione è diverso, e non è meno pesante. Nel Settecento una bambina prodigio si poteva esibire davanti alle corti; una donna adulta che voleva fare della composizione un mestiere trovava un muro. Quando Nannerl arrivò all'età da matrimonio, il padre smise di portarla in tournée e continuò a viaggiare con il figlio. Non serviva un complotto: bastava il funzionamento normale del mondo in cui erano nati.

Nessuno le commissionò un'opera. Nessuno stampò le sue partiture. Nessuno le tenne da parte. E la musica che nessuno pubblica, nessuno copia e nessuno conserva, sparisce — non per una decisione, ma per la somma di tutte le decisioni che non sono state prese.

Due destini

Wolfgang morì a Vienna nel 1791, a trentacinque anni, e la morte precoce fece il resto: attorno a lui si costruì la figura del genio irripetibile, e ci si costruì sopra di tutto, sospetti compresi.

Nannerl morì nel 1829. Gli sopravvisse quasi quarant'anni, il che significa che ebbe tutto il tempo di vedere suo fratello diventare immortale. Insegnò musica, restò a Salisburgo, e negli ultimi anni fu una delle persone a cui si andava a chiedere notizie di lui — testimone della biografia di qualcun altro.

Il vero scandalo

Lo scandalo non è che Nannerl fosse più brava di Wolfgang: non c'è nessun motivo per crederlo e nessun modo per dimostrarlo. Lo scandalo è che non ci resta abbastanza musica nemmeno per discuterne.

Di due bambini nati nella stessa casa, cresciuti dallo stesso padre, addestrati alla stessa scuola, di uno conosciamo seicento composizioni e dell'altra nessuna. Quella differenza non la spiega il talento. La spiega tutto il resto.

E a Napoli, nella primavera del 1770, mentre un quattordicenne imparava dal San Carlo cosa fosse l'opera italiana e si permetteva di giudicare Jommelli antiquato, sua sorella a Salisburgo scriveva musica che nessuno avrebbe conservato. La storia della musica non racconta solo quello che è stato scritto: racconta anche, in negativo, quello che non è stato tenuto.

Il San Carlo dove Mozart ascoltò Jommelli è ancora lì e lavora tutte le sere: quello che c'è in cartellone sta nel calendario degli eventi.

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