Nel 1908 Virginia Stephen — non era ancora Virginia Woolf, il matrimonio con Leonard sarebbe arrivato nel 1912 — viaggiò in Italia con la sorella Vanessa Bell, pittrice, in uno di quei viaggi che la buona società inglese considerava quasi un obbligo educativo per una giovane donna di lettere.
Aveva ventisei anni. Non aveva ancora pubblicato un romanzo. Quello che scriveva in quei mesi erano lettere e appunti di viaggio, non capolavori — ma è proprio per questo che vale la pena leggerli: mostrano un'osservatrice che si sta ancora formando, non la scrittrice già arrivata.
L'Italia del Grand Tour aveva un secolo e mezzo di letteratura dietro le spalle quando Virginia Stephen ci arrivò: Goethe, Stendhal, Dumas avevano già scritto le loro pagine napoletane, e ogni viaggiatore che arrivava dopo di loro sapeva che stava seguendo un copione già scritto altre cento volte.
Quello che rende interessanti gli appunti italiani della giovane Virginia Stephen è che non cercano di somigliare a quel copione. Non ci sono le estasi da Grand Tour, non c'è il Vesuvio come metafora dell'anima. C'è piuttosto l'occhio analitico che diventerà la cifra della scrittrice matura: attento ai dettagli piccoli, sospettoso delle emozioni troppo comode, più interessato a come la gente si comporta che a quanto sia bello un panorama.
Il viaggio con Vanessa non fu un caso. Le due sorelle avrebbero passato la vita a lavorare fianco a fianco su mestieri diversi — la scrittura e la pittura — dentro lo stesso ambiente londinese che sarebbe diventato il gruppo di Bloomsbury. Guardare l'Italia insieme, una con la penna e una con il pennello, fu una specie di prova generale di come avrebbero continuato a lavorare per i decenni successivi.
Va detto con onestà: Napoli non fu, per Virginia Woolf, quello che fu per altri. Non ci tornò, non le dedicò pagine memorabili come fece per Londra o per la Cornovaglia della sua infanzia. Fu una tappa fra tante in un viaggio giovanile, vista con gli occhi curiosi e un po' distaccati di chi sta ancora imparando a guardare il mondo prima di raccontarlo.
Eppure quella tappa esiste, è documentata, e merita di essere raccontata per quello che è: non il momento che formò Virginia Woolf, ma uno dei tanti momenti che la scrittrice ancora da diventare attraversò senza sapere cosa sarebbe diventata.
C'è un valore in questo tipo di sguardo che le storie sui «grandi» che passarono da Napoli spesso perdono: non tutti gli incontri con questa città furono trasformativi, e va bene così. A volte una città la si attraversa, la si osserva con attenzione, e si continua per la propria strada — e proprio quello sguardo non ancora deciso, non ancora incantato né deluso, è a volte il più onesto di tutti.