Nel 1860 Alexandre Dumas padre entrò a Napoli con Garibaldi, e non come cronista aggregato: aveva finanziato armi per la spedizione e arrivò da protagonista. Aveva già scritto Il Corricolo, un libro napoletano nato da un viaggio precedente, uno di quei testi in cui la città è raccontata con una simpatia da romanziere e una libertà dai fatti che oggi definiremmo generosa.
Ma quello che accadde dopo è una storia molto meno raccontata, e molto più napoletana.
Garibaldi lo nominò soprintendente agli scavi e ai musei. Uno scrittore straniero, senza titoli archeologici, messo a dirigere il patrimonio antico della città che custodiva Pompei ed Ercolano. Dumas ci si buttò con l'entusiasmo che metteva in tutto, fondò un giornale bilingue, L'Indipendente, e si installò al Chiatamone.
La città non la prese bene. Ci furono proteste, articoli ostili, ostilità aperta: la nomina era vissuta come un'occupazione culturale, e la reazione non era del tutto sbagliata. Un patrimonio è anche una questione di chi ha diritto di parlarne, e i napoletani si trovarono un romanziere francese a decidere degli scavi.
Dumas restò circa quattro anni e se ne andò nel 1864. Non fu una partenza trionfale.
Perché è il caso più chiaro di una cosa che a Napoli è successa mille volte: la città che affascina lo straniero e contemporaneamente non lo accetta. Dumas amava sinceramente Napoli, ne scrisse pagine memorabili, e a Napoli fu contestato. Non c'è ipocrisia in nessuna delle due parti: c'è la distanza fra l'ammirazione di chi guarda e l'orgoglio di chi ci vive.
È lo stesso nodo che ritorna ogni volta che un film, una serie o un libro straniero racconta questa città. La domanda «chi ha diritto di raccontare Napoli» non è nata con Gomorra né con Elena Ferrante. Era già aperta nel 1861, e la persona in mezzo era Dumas.
Resta Il Corricolo, che va letto per quello che è: un libro pieno di Napoli e pieno di invenzioni, dove aneddoti raccolti nei vicoli diventano scene da romanzo. Non è una fonte storica e non pretendeva di esserlo, e chi lo cita come documento fa un errore che Dumas stesso avrebbe trovato divertente.
E resta una lezione sui musei di questa città, che è ancora attuale: il patrimonio napoletano è talmente grande che ha sempre attirato chi voleva metterci le mani, per ammirazione o per interesse. Il Museo Archeologico che Dumas dirigeva per qualche mese è lo stesso in cui si entra oggi, e vale una giornata intera.