Nel 1851 Gustave Flaubert arrivò a Napoli. Aveva ventinove anni, tornava da un lungo viaggio in Oriente, viaggiava con la madre, e non aveva ancora scritto Madame Bovary — che avrebbe cominciato pochi mesi dopo, tornato in Normandia.
Non venne a Napoli per scrivere di Napoli. Ci venne perché era sulla strada, e ci restò più del previsto.
Quello che colpisce nei suoi appunti napoletani è dove passò il tempo: al museo, quello che allora si chiamava Museo Borbonico e oggi è il Museo Archeologico Nazionale. Non una visita: giorni.
Guardava i bronzi di Ercolano, le statue, le pitture staccate dalle case di Pompei. E ne scriveva in un modo che non somiglia a nessuna guida: senza spiegare, senza contestualizzare, annotando la sensazione fisica di stare davanti a quegli oggetti. Un occhio che registra invece di giudicare — che è esattamente il modo di guardare con cui pochi mesi dopo avrebbe scritto il romanzo che ha cambiato la narrativa europea.
Goethe a Napoli voleva capire, Stendhal voleva giudicare, Dumas voleva raccontare. Flaubert voleva guardare, e questa è una posizione diversa e più moderna.
Nelle sue note napoletane non c'è la città allegra e vitale che riempie i diari dei viaggiatori del Grand Tour. C'è materiale: cose viste, corpi, colori, oggetti. È il taccuino di uno scrittore che sta imparando il proprio metodo, e Napoli gli servì da palestra perché offriva più roba da guardare di qualunque altro posto.
La collezione che lo tenne inchiodato per giorni è ancora là, ed è ancora la più importante al mondo per l'arte romana: i bronzi della Villa dei Papiri, i mosaici della Casa del Fauno, il Toro Farnese. Non è cambiata di molto la disposizione, e non è cambiato per niente l'effetto.
Un avvertimento pratico che avrebbe fatto anche lui: il Museo Archeologico non si fa in un'ora. Chi ci entra pensando di cavarsela in fretta vede tre sale e se ne va convinto di averlo visto. Serve mezza giornata, e chi ne ha due giorni faccia come Flaubert e ci torni.