Henri Beyle, che il mondo conosce come Stendhal, arrivò a Napoli portandosi dietro il vizio migliore dei viaggiatori francesi dell'Ottocento: scriveva quello che pensava mentre lo pensava, senza aspettare che il giudizio si sistemasse. Da questo vengono le sue pagine più belle e anche le sue contraddizioni più clamorose.
Nel 1817 pubblicò Roma, Napoli e Firenze, un libro che è insieme diario, cronaca teatrale, pettegolezzo e trattato di carattere nazionale. E dentro c'è una frase che a Napoli è ancora citata con orgoglio: che l'Italia aveva una sola vera capitale, e che quella capitale era Napoli.
Non era un complimento turistico. Stendhal intendeva una cosa precisa e verificabile: Napoli era l'unica città italiana che funzionasse come una capitale europea, con una corte, un'aristocrazia residente, un'industria dello spettacolo, una vita mondana continua e una popolazione enorme. Roma era una città di preti e rovine, Firenze e Milano erano capoluoghi ricchi ma provinciali. Napoli era Parigi con il vulcano.
Aveva ragione sui numeri. Nel primo Ottocento Napoli era una delle città più popolose d'Europa, e lo era da secoli: la storia di come ci sia arrivata è raccontata in Napoli capitale della scienza e della cultura.
La pagina più famosa è quella dell'ingresso al Teatro di San Carlo. Stendhal descrive l'effetto della sala illuminata come qualcosa che toglie la parola: in tutta Europa, scrive, non esiste niente di paragonabile. Per un uomo che aveva visto i teatri di Parigi e di Milano, e che di opera scriveva di mestiere, non era una frase buttata lì.
Va detta però anche la parte che si cita meno. Stendhal era entusiasta e insopportabile in parti uguali: nello stesso libro trova i napoletani superstiziosi, il governo ridicolo, la vita intellettuale inesistente. Non era ipocrisia. Era il modo in cui guardava tutto, sé compreso.
Si legge spesso che la «sindrome di Stendhal» — il malessere davanti a un eccesso di bellezza — sarebbe nata a Napoli. Non è vero. L'episodio da cui prende il nome accadde a Firenze, uscendo da Santa Croce, e fu battezzato così solo nel Novecento da una psichiatra italiana. Attribuirlo a Napoli è un abbellimento, e questa città di abbellimenti non ha bisogno.
Quello che Napoli gli fece davvero è più interessante di una vertigine: gli fece cambiare idea su cosa sia una città viva. Ci arrivò cercando musei e ne uscì scrivendo di persone.
Il San Carlo che lo tramortì è lo stesso in cui si entra oggi, e la sala è quella. Ci si può andare a teatro — è il modo giusto — oppure in visita di giorno. E la Napoli mondana che descriveva, quella dei caffè e delle conversazioni, ha ancora un indirizzo preciso lungo via Toledo e i Quartieri.