C'è un fatto su Joseph Mallord William Turner che dice più di mille pagine su cosa fosse Napoli nell'immaginazione europea: dipinse il Vesuvio in eruzione prima di aver mai messo piede in Italia. Lo fece intorno al 1817, lavorando su disegni fatti da altri, come si faceva allora.
Non era un imbroglio: era il sistema. Il vulcano napoletano era un soggetto richiesto dal mercato inglese, e gli artisti lo producevano su commissione basandosi su schizzi altrui. Napoli, per l'Europa del Nord, esisteva come immagine molto prima di esistere come luogo.
Il primo viaggio italiano di Turner cominciò nell'agosto del 1819. A Napoli arrivò in autunno, e il modo in cui reagì è quello di un uomo che scopre di avere sbagliato tutto: riempì taccuini di centinaia di disegni a matita, veloci, presi sul posto, senza colore.
Disegnò il golfo, la costa, il vulcano da ogni angolo possibile, Pompei ed Ercolano. Non erano opere: erano appunti. Turner lavorava così — accumulava materiale visivo e lo trasformava in pittura anni dopo, in studio, a Londra.
La differenza fra il Vesuvio dipinto per sentito dire e quello dipinto dopo averlo visto non sta nella precisione. Sta nella luce. Il Sud gli mostrò una qualità di luce che in Inghilterra non esiste, e da lì in avanti la sua pittura si scioglie: i contorni cedono, il colore diventa atmosfera, il soggetto quasi scompare dentro il chiarore.
È il passaggio che rende Turner l'antenato di tutto quello che verrà dopo, dagli impressionisti in giù. E una parte di quel passaggio è successa guardando questo golfo.
Turner arrivava alla fine di una tradizione lunga. Per un secolo i pittori del Nord erano venuti a Napoli a imparare a dipingere il paesaggio mediterraneo, e alcuni ci erano rimasti: da quell'incontro nacque una scuola napoletana di pittura di paesaggio che ha un nome e una storia, ed è raccontata in la Scuola di Posillipo.
Chi vuole vedere quella luce senza mediazioni non ha bisogno di un museo: basta salire dove salivano loro. I panorami migliori, in ordine di quota.