Uscirono dagli studi e portarono i cavalletti sugli scogli. Sembra poco, oggi. Allora era una piccola rivoluzione: dipingere la luce mentre cambia, l'aria che trema sul mare a mezzogiorno, il golfo come lo si vede davvero e non come si dovrebbe vedere. Successe a Napoli, sulla costa di Posillipo, cinquant'anni prima che a Parigi qualcuno gli desse un nome.
Tra Settecento e Ottocento Napoli è tappa obbligata del Grand Tour, il viaggio di formazione dell'aristocrazia europea. I viaggiatori vogliono portare a casa un'immagine del golfo, del Vesuvio, delle rovine.
Nasce così un mercato per la veduta: dipinti di paesaggio, spesso di piccolo formato, comprati come ricordo. È una domanda commerciale, non colta — ed è proprio da lì che nascerà qualcosa di artisticamente nuovo.
L'olandese Anton Sminck van Pitloo (1791-1837) arriva a Napoli nel 1815 e nel 1824 ottiene la cattedra di paesaggio all'Accademia di Belle Arti.
Il suo insegnamento è rivoluzionario: porta gli allievi fuori, a dipingere all'aria aperta, a osservare la luce reale invece di comporre paesaggi ideali in studio. Abbandona la veduta topografica minuziosa per una pittura più libera, di macchia, attenta all'atmosfera.
L'allievo più dotato, Giacinto Gigante (1806-1876), porta quella lezione al massimo livello. I suoi acquerelli e oli — vedute di Napoli, della costiera, di Amalfi, degli scavi — hanno una leggerezza e una resa della luce che non hanno paragoni nella pittura italiana dell'epoca.
Gigante divenne anche il pittore preferito della corte borbonica, e insegnò disegno alle principesse.
Il nome deriva dal fatto che molti di questi pittori lavoravano lungo la costa di Posillipo, allora zona di ville e paesaggio quasi intatto, facilmente raggiungibile in barca dal centro.
Non fu mai una scuola formale con un manifesto: è una definizione data a posteriori a un gruppo di artisti con metodi e interessi affini.
Consalvo Carelli, Gabriele Smargiassi, Teodoro Duclère, i fratelli Achille e Giacinto Vianelli. E, in un rapporto di continuità e insieme di rottura, i Palizzi — soprattutto Filippo — che porteranno il realismo a una precisione quasi scientifica.
La pittura en plein air che gli impressionisti francesi renderanno celebre negli anni Settanta dell'Ottocento era praticata a Napoli con continuità già dagli anni Venti. Non c'è una linea di derivazione diretta, ma il fatto storico resta.
Il Museo di Capodimonte ha una sezione ottocentesca importante. La Certosa di San Martino conserva una raccolta notevole di vedute napoletane, tra cui opere di Gigante. E vale la pena, dopo averli visti, salire al Parco Virgiliano: il paesaggio che dipingevano è ancora lì.