Nel 1815 Gioachino Rossini arrivò a Napoli con un contratto che oggi sembrerebbe una follia: scrivere opere su richiesta per i teatri reali, a ritmo continuo, per l'impresario Domenico Barbaja. Aveva ventitré anni. Ne uscì sette anni dopo, con una decina di titoli scritti per questa città e una moglie napoletana d'adozione.
Non era una tappa di una tournée. Fu il periodo in cui Rossini diventò Rossini.
Domenico Barbaja è uno dei personaggi più napoletani di questa storia e non era napoletano: veniva da Milano, aveva cominciato servendo al bar dei teatri, e finì gestendo i teatri reali di Napoli tenendo insieme spettacolo e casa da gioco. Era l'uomo che pagava, decideva i cartelloni e teneva il rischio addosso.
Con lui Rossini scrisse per il San Carlo opere che non somigliano al Rossini comico che tutti conoscono: Elisabetta regina d'Inghilterra, Otello, Mosè in Egitto, La donna del lago. Il pubblico napoletano era il più esigente d'Europa in materia di canto, e a quel pubblico non si potevano vendere trucchi.
Nel 1816 il San Carlo bruciò. Un teatro d'opera di quelle dimensioni distrutto sarebbe stato, in qualunque altra città, la fine della stagione e forse dell'impresa. A Napoli fu ricostruito e riaperto in pochi mesi, sotto la spinta di Barbaja e della corona.
Non è un dettaglio di colore: dice cosa fosse l'opera per questa città. Non un intrattenimento fra i tanti, ma un'infrastruttura. Il San Carlo era la macchina culturale del Regno, e una macchina la si ripara subito.
A Napoli Rossini incontrò Isabella Colbran, la soprano spagnola che era la prima donna dei teatri reali e per la quale scrisse alcune delle sue parti più difficili. La sposò nel 1822, l'anno in cui lasciò la città. Il matrimonio finì male, come finiscono molti matrimoni fra due persone che lavorano nello stesso mestiere e non alla stessa velocità.
Ma per sette anni la sua musica fu scritta addosso a una voce precisa, in un teatro preciso, per un pubblico preciso. È l'opposto del compositore che scrive nell'astratto: Rossini a Napoli scriveva su misura, e si sente.
Il San Carlo dove tutto questo è avvenuto è ancora lì, ed è ancora il teatro d'opera più antico d'Europa in attività. Non è un monumento da fotografare dall'esterno: lavora, ha una stagione, e apre in autunno. Cosa c'è in cartellone sta nel calendario degli eventi.
E la storia di come Napoli sia diventata capitale europea della musica — i conservatori, i maestri, i cantanti esportati in mezzo continente — è raccontata per intero in quando Napoli insegnava musica all'Europa.