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Cocteau e Napoli: «la sola città orientale senza quartiere europeo» — I grandi artisti e Napoli
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Cocteau e Napoli: «la sola città orientale senza quartiere europeo»

📍 I grandi artisti e Napoli 1917 · Con i Balletti Russi

C'è una frase su Napoli che si trova stampata sui muri, sulle magliette e in fondo a mille articoli: che sarebbe la sola città orientale a non avere un quartiere europeo. Viene attribuita a Jean Cocteau, e funziona perché in dieci parole dice una cosa che i viaggiatori del Grand Tour avevano girato attorno per due secoli senza centrarla.

Prima di usarla, però, una precisazione onesta: è una frase attribuita, ripetuta di seconda mano molto più spesso di quanto sia rintracciabile in una pagina precisa. Che sia sua o no, resta un'osservazione acuta — ma la citiamo per quello che è.

Cosa vuol dire davvero

Le città coloniali costruite dagli europei fuori dall'Europa hanno tutte la stessa struttura: una parte antica e una parte nuova, separate, dove la parte nuova è dritta, larga, ordinata, e serve a chi comanda. Cocteau — o chiunque abbia detto quella frase — nota che a Napoli quella separazione non c'è.

Non che manchino le strade dritte: il Rettifilo, via Toledo, la zona ottocentesca esistono. Ma non hanno mai funzionato come recinto. La città vecchia le ha assorbite: dietro il palazzo elegante c'è il vicolo, i panni stesi arrivano fino alla via principale, e la vita non si sposta per far posto all'ordine.

È una lettura che si verifica camminando: si esce dal Palazzo Reale e in trecento metri si è nei Quartieri Spagnoli. Nessuna altra grande città europea fa questo salto in così poco spazio.

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Il viaggio del 1917

Cocteau arrivò in Italia nel 1917 con i Balletti Russi di Djagilev, per il balletto Parade, di cui aveva scritto il soggetto. Con lui c'erano Erik Satie per la musica e Pablo Picasso per scene e costumi.

Fu, per qualche settimana, uno dei momenti più concentrati dell'avanguardia europea: tre persone che stavano riscrivendo teatro, musica e pittura, in una città che aveva duemila anni e nessuna intenzione di farsi riscrivere. Napoli non prese niente da loro. Loro presero molto da Napoli.

Perché la frase resiste

Perché descrive una qualità che continua a esistere e che i visitatori sentono prima di saperla nominare: qui il centro non è stato sterilizzato. Non è una virtù automatica — significa anche degrado, servizi disuguali, quartieri lasciati indietro — ma significa che la città non è diventata una scenografia.

Chi vuole misurare la distanza fra le due Napoli non ha bisogno di teoria: la si attraversa in dieci minuti, e la guida è in cosa fare nel centro storico.

Continua a leggere

Il Gambrinus: il caffè dove si sedevano Wilde e D'Annunzio Aprì nell'anno dell'Unità, davanti al Palazzo Reale. Ci passarono scrittori, musicisti e filosofi — e il fascismo lo fece chiudere perché ci si parlava troppo. Goethe a Napoli: il viaggiatore che salì tre volte sul Vesuvio Arrivò il 25 febbraio 1787 e scrisse che a Napoli si dimentica sé stessi. Poi salì sul vulcano, tornò quando eruttava, e capì una cosa che nessuna descrizione gli aveva mai dato. Dumas a Napoli: lo scrittore francese che i napoletani non volevano Arrivò con Garibaldi, si fece nominare direttore degli scavi e dei musei, fondò un giornale e restò quattro anni. La città non gliela perdonò mai del tutto.
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