Napoli è una città di mare che con le balene ha un rapporto documentato e curioso, e vale la pena raccontarlo mettendo in fila due episodi lontanissimi fra loro: una controversia scientifica dell'Ottocento e un ritrovamento di pochi anni fa.
Prima però una precisazione, perché su questa vicenda circolano titoli suggestivi e imprecisi: non esiste un unico grande spiaggiamento storico che «una volta» finì sulle coste napoletane. Esistono episodi distinti, ognuno con la sua data. Raccontarli come una leggenda unica sarebbe più comodo e meno vero.
Nella Napoli scientifica di fine Ottocento — quella dei musei universitari, delle collezioni zoologiche, della Stazione Zoologica appena fondata — un esemplare di balena conservato nelle collezioni fu oggetto di una discussione fra studiosi. La documentazione dell'epoca ne parla come della «vicenda della balena», e riguardava lo scheletro e la sua attribuzione.
Sembra un dettaglio erudito e invece dice una cosa importante su questa città: a Napoli si litigava di scienza. Le collezioni zoologiche non erano vetrine per stupire i visitatori, erano materiale di lavoro su cui i ricercatori si scontravano — ed è lo stesso ambiente che aveva conservato, un secolo prima, lo scheletro dell'elefante di Carlo di Borbone.
Lo stesso museo, gli stessi armadi, la stessa ostinazione a tenere le cose invece di buttarle. È così che si costruisce una collezione che dopo tre secoli si può ancora andare a vedere.
Il secondo episodio è recente e molti napoletani lo ricordano. Nel 2021 una balenottera di circa ventitré metri fu trovata morta nel porto di Sorrento. La carcassa venne trasportata al molo San Vincenzo, a Napoli, per l'autopsia.
Ventitré metri sono difficili da immaginare: è la lunghezza di un palazzo di sette piani coricato. E il fatto che per esaminarla si sia scelto un molo napoletano dice qual è ancora oggi il ruolo di questa città nel Mediterraneo: quando serve una banchina, un laboratorio e chi sa cosa guardare, si viene qui.
Sono separati da centoquarantaquattro anni e dalla differenza fra un secolo che scopriva e un secolo che monitora. Ma la catena è la stessa: un animale enorme arriva, la città lo prende in carico, qualcuno lo studia, e quello che si impara resta.
Non è folclore. È il motivo per cui il Golfo di Napoli è uno dei tratti di mare più studiati d'Europa, e per cui la fauna dei cetacei del Tirreno meridionale ha una letteratura scientifica lunga. La storia del rapporto fra questa città e il suo mare — vela, pesca, ricerca — sta in Napoli e il mare.
Il Museo Zoologico dell'Università Federico II conserva la collezione di vertebrati di cui questi episodi fanno parte, ed è uno dei luoghi meno visitati e più sorprendenti di Napoli: non un museo costruito per il pubblico, ma un archivio scientifico che il pubblico può attraversare.
Il molo San Vincenzo è un'altra storia: è il molo più lungo del porto, in gran parte militare e non liberamente accessibile, e da anni si discute di aprirlo alla città. Sarebbe una delle passeggiate più belle del Mediterraneo, ed è a cinquecento metri da Castel dell'Ovo.