Chi cammina oggi per le strade del centro storico di Napoli percorre, senza saperlo, il tetto di una seconda città: un vastissimo reticolo di cavità, cunicoli e cisterne scavati nel sottosuolo di tufo fin dall'epoca greca, che si estende per decine di chilometri sotto l'intero centro urbano.
Il tufo giallo napoletano, roccia vulcanica compatta ma relativamente facile da scavare, fu fin dalle origini di Neapolis il principale materiale da costruzione: gli edifici cittadini venivano innalzati proprio con il materiale estratto dal sottosuolo su cui sorgevano, un metodo che generò progressivamente un'estesa rete di cave sotterranee proprio al di sotto delle strutture urbane.
Con il passare dei secoli, molte di queste cavità furono riconvertite in cisterne per la raccolta e la conservazione dell'acqua piovana e di quella proveniente dagli acquedotti, un sistema idrico sotterraneo capillare che avrebbe garantito l'approvvigionamento idrico della città per oltre duemila anni, fino all'introduzione degli acquedotti moderni nell'Ottocento.
Il sottosuolo napoletano non fu utilizzato soltanto per scopi pratici: nel corso dei secoli, cunicoli e cavità hanno ospitato di volta in volta tombe paleocristiane, rifugi durante gli assedi e le guerre, e persino intere gallerie di collegamento tra edifici nobiliari, come dimostrano i resti ancora visibili sotto molti palazzi storici del centro.
L'uso più drammaticamente recente di questo mondo sotterraneo risale al Novecento: durante i bombardamenti della Seconda guerra mondiale, migliaia di napoletani trovarono rifugio proprio in queste cavità scavate duemila anni prima dai loro antenati greci e romani, in una delle testimonianze più toccanti di come il passato più remoto della città abbia continuato, letteralmente, a proteggere i suoi abitanti fino all'età contemporanea.
Nel Capitolo 16 racconteremo come l'acqua arrivasse a riempire queste cisterne: la storia dell'Acquedotto Augusteo del Serino, una delle più straordinarie opere di ingegneria idraulica dell'antichità romana.